Fàtica che fatica ≈ Fed up of Feedback

Ci sono tanti blog. Tanti vlog. Tante pagine e tanti gruppi Facebook. Tanti account Twitter. Tanti influencer. Tanti nuovi social di cui non so nemmeno il nome. Purtroppo, però, le ore in un giorno sono sempre le stesse. Certo, se chi lavora con parole e linguaggi, in ogni loro forma, vuole esistere ed essere riconosciuto, allora si deve muovere in questi ambienti; deve conoscere e interagire; intuire e prevenire; diffondere e promuoversi. Fin quando i tanti diventano troppi e mente e occhi dicono: Ora, anche basta!

There are many blogs. Many vlogs. Many Facebook pages and groups. Many Twitter accounts. Many influencers. Many new social media I know not the name of. Unfortunately, one full day still has no more than just 24 hours. Of course, if you work with words and languages, in all forms, and want to exist and be known, then you have to be there; you must know and interact; guess and anticipate; share and promote. Until many become too many and your mind and eyes say: Enough is enough!




Tra Corso Italia e Via Etnea, le strade principali della mia città, tanti anni fa girava una signora che fermava tutti per dire che aveva dieci figli o nove o otto, secondo l’umore del giorno. Di solito la risposta di chi si sforzava di ignorarla era una risatina di scherno o lo sguardo pietoso prima di allontanarsi.

Negli anni sono arrivata alla conclusione che la signora non cercasse altro che di farsi “vedere”, di stabilire un contatto con altri esseri umani, e che quella frase stramba, nella sua realtà dissociata, equivaleva in fondo al nostro “Come stai?”, cui i cosiddetti normali rispondono di solito con “Tuttobenegrazieetu?”. Le risatine e lo sguardo pietoso al suo “Lo sai che ho dieci figli?” non erano una risposta tanto diversa. In entrambi i casi, il valore delle interazioni non sta nel significato delle parole, bensì proprio nell’aver stabilito un contatto. Mantenerlo, lo ha capito anche la signora, è tutta un’altra storia.

La funzione comunicativa che rappresenta questo fenomeno essenziale alla socializzazione umana è detta fàtica, un nome che troviamo nel tanto citato saggio di Roman Jakobson. Si tratta dell’applauso in teatro, del “pronto” al telefono, delle forme di saluto o di approccio e, oggi, anche dei like (o altri tipi di reazione) e dei follow.

Dicevo, mantenere il contatto è la parte faticosa del dare e, soprattutto, chiedere feedback. La rapidità della comunicazione dei social è a volte travolgente e, almeno per me, non nel senso positivo. Appena mi sono obbligata a non consultare più i social, ho capito che passavo diverse ore al giorno cercando di stabilire contatti, dicendo “ciao” o rispondendo a quelli che sembravano dei “Come stai?”. Se, però, ipotizzo circa trenta interazioni al mese (dubito riuscissi a fare di più), probabilmente solo un paio portavano a uno scambio significativo e, comunque, con interazioni spesso molto brevi. Eccetto rari casi.

Ma perché usavo (per ora al passato) i social media?

Non essendo una millennial, ma nemmeno nemica della tecnologia, la prima volta che li ho usati è stato per necessità, quando dal forum universitario ci siamo spostati tutti sui gruppi Facebook. Le persone nella lista degli “amici” erano familiari, colleghi e amici in carne e ossa, mentre le interazioni con chi conoscevo solo virtualmente avvenivano nelle e-mail – che a loro volta avevano sostituito le mie lettere di carta lunghe almeno sei facciate (qualcuno se le ricorda?) – o in qualche altro forum legato a interessi non condivisi dagli amici in loco. In entrambi i casi, gli scambi avevano sempre uno scopo preciso e la velocità era data solo da quello scopo. La funzione fàtica non era ancora così importante, dato che i contatti erano già stati stabiliti fuori dai social.

Poi le cose sono cambiate. Mi sono laureata, la gente in carne e ossa è andata per la sua strada ed era su Facebook che si trovavano contatti di lavoro e formazione, soprattutto quando ho ricominciato a inseguire il sogno delle traduzioni letterarie. I gruppi Facebook erano già diventati più ampi, più affollati, più veloci. Il mio scopo, però, era ancora più o meno chiaro e lì davo feedback, ma non lo chiedevo.

La terza fase è quella che mi ha distrutto. Quella che mi ha fatto diventare la signora che va in giro a dire a tutti “Lo sai che ho dieci figli?”. Una volta capito cosa volevo (e potevo) fare della mia vita, ho creato il sito e ho cominciato a scrivere questo blog, condividendo tutto su Facebook e Twitter e cercando di capire come funzionano gli hashtag su Instagram. Soprattutto dopo aver pubblicato il mio primo romanzo in italiano, ho anche iniziato a frequentare di più i gruppi Facebook per scrittori e a fare i conti con la necessità di ricevere feedback.

Conclusione: non sono brava a mantenere i contatti social e sociali e non capirò mai come funzionano gli hashtag! E, considerando che nel 1984 avevo sei anni e un paio di occhiali che sembravano usciti da un film di fantascienza, lo sapevo già persino da prima che nascesse Zuckerberg, figuriamoci i social. Fàtica è diventata fatica nel giro di meno di due anni. A differenza di quello che ci si aspetterebbe da una vita reale giudiziosa, la mia non si è messa in attesa mentre fallivo usando strategie che per altri sembrano vincenti. Il mondo dei social mi ha detto che non sono adatta a questo mezzo, non sono capace di capire in anticipo (e quindi scrivere in anticipo) quello che gli altri vorranno sapere o leggere o guardare. Non sono veloce abbastanza nel reagire alle richieste di contatto – ovvero a leggere tutto quello che mi passa sullo schermo – e ancora meno a cambiare il soggetto del mio interesse non appena cambia per tutti gli altri, così da riuscire ad acchiappare qualche like in più.

Tra la (poca) resistenza dei miei occhi e i doveri familiari e di lavoro, ho già poche ore da dedicare a me stessa e smettere con i social mi ha permesso di tornare a concentrarmi su scrittura, lettura, traduzione e anche su questo blog (che magari fa lo stesso effetto su chi ci passa per caso della signora con dieci figli). Non sono ingenua e so che tutte queste cose che amo non verranno mai notate da nessuno, fin tanto che non trovo una strategia per usare i social a mio vantaggio. Ho questa pazza idea, però, che magari a un certo punto potrei avere le risorse per chiedere aiuto a un esperto, qualcuno che di mestiere cerca feedback e promuove in un modo che io non so fare. Una pazza idea che spero venga anche ai tanti che hanno bisogno di traduzioni e invece pensano di poterle fare da soli o chiederle gratuitamente a quell’amico che ha passato una settimana all’estero.

Nel frattempo, per quel poveretto o quella poveretta che capitano quassù…“Lo sai che ho dieci figli?”

Many years ago there was a lady roaming between Corso Italia and Via Etnea, the main roads in my city, and stopping people to tell them she had ten children or nine or eight, according to her mood. Usually, the answer she got from people striving to ignore her was a jeer or a pitiful glance before they ran away.

After some time, I have come to the conclusion that the lady was only trying to be “seen”, to initiate a contact with other human beings, and that after all, in her dissociated reality, her weird statement corresponded to our “How are you?” to which the so-called normal ones usually answer with “Allswellthanksan’you?”. The jeers and the pitiful looks to her “Did you know I’ve got ten children?” were not much different. In both cases, the meaning of the interaction does not lie in the words, but in the fact that contact has been made. As the lady found out, keeping the contact is the real issue.

The communicative function which is an essential part of human socialization is called phatic, a name we find in a much quoted essay by Roman Jakobson. It is the applause at the theatre, the “hallo” on the phone, the various forms of greetings and approach and, today, even the likes (or other kinds of reaction) and the following.

As I said, maintaining contact is the most wearisome part in giving and, above all, in asking for feedback. Sometimes the speed of communication on social media is overwhelming, at least for me. When I forced myself to stop consulting them, I realized that I used to spend several hours a day trying to make contacts, saying “hello” or trying to answer to what looked like a “How are you?”. Nevertheless, if I suppose I had about thirty interactions a month (I doubt I was able to have more), only a couple led to meaningful exchanges, and in any case with very brief interactions. Except in rare cases.

So, why did I use them (in the past tense for now)?

Not being a millennial, but not even an anti-tech luddite, the first time I used social media, it was out of necessity, when we moved from our university forum to Facebook groups. The people in my “friend” list were family, colleagues and flesh and bone friends, while my interactions with people I only knew virtually were still carried out via e-mail – which had replaced my at-least-six-page long paper letters (does anybody remember those?) – and on other forums about interests none of my local friends shared with me. In both cases, the interactions always had a specific goal and their speed depended only on the goal itself. The phatic function was still not that essential, as all the contacts had already been established outside of social media.

Then things changed. I graduated, flesh and bone people went all their ways and Facebook was where I could find contacts for my job and training, above all when I picked up again my dream to translate for publishing. Facebook groups were already bigger, more crowded and faster. My goal was still clear, though, and I used the groups more to give feedback than to get it.

The third step was the one which burnt me out. The one which made me become the lady telling everybody “Did you know I have ten children?”. Once I understood what I wanted (and was able) to do with my life, I created a site and I started writing this blog, sharing it all on Facebook and Twitter and trying to understand how hashtags really work on Instagram. Above all after I published my first novel in Italian, I also started joining more Facebook groups for writers and tried to come to terms with the fact that I needed to get feedback.

Result: I am not good at maintaining social and social contact. And, considering in 1984 I was six years old and had a pair of glasses which seemed to have come out of a sci-fi movie, I already knew it a long time before even Zuckerberg was born, let alone social media. I got fed up of feedback in less than two years. Unlike what you would expect from a sensible real life, mine did not put itself on hold while I failed at using the same strategies which seemed to work perfectly fine for all the others. The world of social media told me loud and clear that I am not the right fit for this means of communication; I am not able to guess in advance (and so write in advance) about all that the others will want to know, read or watch. I am not quick enough at reacting to requests for contact – that is to say read all that appears on my screen every single day – and even less at changing the object of my interest the moment it changes for everybody else, so that I can finally grab a few more likes.

Between the (excessive) effort for my eyes and my family and work duties, I already have very few hours to spend on myself and deserting social media has allowed me to focus again only on writing, reading and translating and on my blog (which may have the same effect on those who get here by chance as the lady with ten children). I am not that naïve and I know that all these things I love will never be noticed by anybody as long as I cannot find a strategy to take advantage of social media. All the same, I have this crazy idea that maybe, one day, I will have the resources to ask for the help of an expert, someone whose job is to seek feedback and promote in the way I am unable to. A crazy idea which I hope may crawl inside the minds of many who need translations and still think they can do them on their own or have them done for free by that one friend who spent a whole week abroad.

Meanwhile, to whomever may get here all by themselves… “Did you know I have ten children?”


#ScriviWrite

Rosaria Manuela Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

2 Comments Lascia un commento

  1. Anche nel sociale ci si trova con gli hashtag, che non sono cancelletti appiccicati alle cose o alle persone, ma in genere sono le nostre propensioni o l’imperscrutabile linea dell’universo. Nei social gli hashtag servono, soprattutto se servono ad un’attività. E, notoriamente, non sono fra quelli che possono aiutarti., essendo di quelle che non solo non hanno figli ma, avendone, non lo direbbe in giro. La mia fàtica è alla Nanni Moretti: “mi si nota di più se non vengo, oppure vengo e me ne sto sola in disparte?” (presuntuosa all’ennesima potenza!!!!) Ti stai chiedendo perché ti scrivo ‘sto commento che non ti “serve a niente”? Ma perché noi si adora chiacchierarci addosso l’ un l’altra, perché – credo – sia la prima volta che rispondo in un blog e volevo provare ‘sto brivido, e per garantirti i miei like e condividi for ever.

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