Traduttore, dove sei? ≈ Translator, where art thou?

Gli stereotipi abbondano nella descrizione e percezione popolare di qualsiasi mestiere e quello del traduttore non è un’eccezione. In una professione che però non ha tante tutele legali in Italia, i preconcetti possono causare qualche problema di troppo: per alcuni siamo artisti appassionati che non hanno bisogno di salari; per altri robot con funzioni meccaniche e facilmente sostituibili – anche da veri robot.

There are a lot of stereotypes in the description and popular perception of any job and translating makes no exception. In a profession which – at least in Italy – has very little legal protection, prejudices can cause one issue too many: for some we are passionate artists who need no wages; others see us as robots working mechanically and who can be easily replaced – even by real robots.




Daniele Petruccioli è un traduttore editoriale che ogni tanto scrive anche sulla traduzione e cerca di far capire a committenti e riceventi – case editrici e lettori – cosa significa tradurre, la formazione e le risorse che richiede e il rispetto che merita.

Leggendo Le pagine nere un traduttore alle prime armi – ma chissà, forse anche chi ha già più esperienza – può cercare di acquisire la consapevolezza che questa professione dopotutto è davvero una professione, che ha doveri e responsabilità, diritti e dignità. Che si deve studiare per poter ricoprire questo ruolo importante, che sia nella letteratura o nel mondo giuridico ed economico. Che il talento, anche se innato, lo si può acquisire con l’esperienza e lo studio. Che ci deve essere una posizione visibile per il traduttore, soprattutto quello letterario, quando si mette in scena il prodotto finale… Che nessuno, inclusi i traduttori stessi, dovrebbe mai chiedersi senza trovare risposta: “Ma il traduttore dov’è? E a che serve?”

Purtroppo, in Italia in particolare, ma forse anche in altri paesi, i traduttori, soprattutto quelli che stanno tutto il giorno a leggere libri, “beati loro, di che si lamentano?”, non sono esattamente stelle del cinema, quanto piuttosto segreti da tenere il più nascosti possibile. Niente riflettori e nemmeno nomi in copertina, con qualche rara eccezione. E, lamenta Petruccioli, sono spesso completamente o parzialmente esclusi dalle comunicazioni e, quindi, dalle decisioni sulle scelte editoriali (ovvero di traduzione!) e di marketing per quello che è l’oggetto stesso del loro lavoro: il libro tradotto da vendere sul mercato locale!

Nel libro non si esclude nemmeno che a qualcuno di noi questo convenga pure, perché la mancanza di scelta è anche mancanza di responsabilità. Molti di noi però, quelle responsabilità vogliono prendersele eccome. E quanto gioverebbe a chi guadagna vendendo libri includere le persone che hanno il contatto più intimo e completo proprio con il prodotto che vendono! E quanto gioverebbe ai lettori riconoscerne l’esistenza e quindi il valore, nonché il fatto che senza di loro non avrebbero mai conosciuto molti dei loro autori preferiti.

Indubbiamente, c’è anche una questione di vile denaro, quello che tutti i lavoratori insistono testardamente a volere come ricompensa delle proprie fatiche. Tuttavia, non è l’unico problema che Petruccioli sottolinea. In Italia, sebbene la figura di traduttore in generale non sia riconosciuta e quindi tutelata per legge, è anche vero che il traduttore editoriale ha un vantaggio: viene considerato un autore. I diritti sulla sua versione del libro scadono 70 anni dopo la morte; paga le tasse in maniera diversa dai traduttori con partita IVA; e ha il diritto di rivedere il risultato dopo la revisione e rigettarlo se non lo ritiene in linea con le proprie scelte. La legge, però, non è sufficiente a far sì che nei fatti il suo lavoro sia equiparato a quello dell’autore in termini di dignità e di retribuzione (anche se alcuni scrittori ormai si trovano nelle stesse condizioni economiche e forse anche peggio…).

In ogni caso, se lo scrittore è interprete della propria società, della cultura in cui vive, del mondo in generale e dell’umanità che l’ha invaso, e manipola la propria lingua madre (o quella che sceglie per scrivere) per darne una versione al suo pubblico, anche chi traduce fa questo: interpreta il testo che gli viene affidato e tutto il mondo che vi è incluso, come il musicista che suona Bach o l’attore che interpreta Čechov, e lo offre al pubblico attraverso i propri occhi, la propria voce, le proprie mani, in un equilibrio tra arte e mestiere. Manipolando con attenzione e audacia la propria lingua madre (o quella che sceglie per tradurre).

Il rischio nel vedere un traduttore come autore e interprete, però, è di crederlo un essere trascendentale, che fa qualcosa di magico e quindi inconoscibile. Come si fa a insegnare il talento? Be’, credo che molti maestri di musica concordino che è possibile quanto meno migliorarlo e affinarlo. E che insieme a loro ci siano tanti altri insegnanti di recitazione, di canto, di pittura e così via, che abbracciano simbolicamente gli ancora troppo bistrattati insegnanti di scrittura creativa – vista da molti scrittori italiani come “robaccia americana” – e quelli che da qualche decennio appena insegnano traduzione editoriale e solo da poco non vengono visti come ciarlatani.

Forse è vero che un giorno i robot prenderanno possesso del mondo e ne scriveranno la loro personale visione, la tradurranno e la metteranno in scena o la dipingeranno su tavolette digitali. Nel frattempo, i libri che leggete (o studiate), i cui autori hanno nomi strani e impronunciabili, sono nelle vostre mani grazie al lavoro vero della tizia o del tizio il cui nome raramente conoscete. E se leggete Petruccioli (e altri studiosi/traduttori come lui), scoprirete che in realtà il traduttore è dappertutto, in ogni pagina, dietro un punto e virgola o qualche anafora; nella scelta di un sinonimo che sembrerebbe assurdo messo lì e che, invece, (non) miracolosamente, dà alla frase tutto un altro ritmo

Daniele Petruccioli is an Italian literary translator who sometimes writes about translation and tries to make publishers and readers understand what translating really means, the training and the resources it requires and the respect it deserves.

Reading Le pagine nere (The Black Pages) a rookie translator – and maybe experienced ones as well – may become aware that, after all, this profession is really a profession, with as much accountability and dignity and as many rights as any other society recognizes as essential. That you must study to play this important role, whether in literature or in the law or economic fields. That talent, no matter how natural, can be acquired by experience and study. That there must be a visible position for the translator, above all the literary one, when the final product comes into the limelight… That nobody, translators included, should ever wonder without getting an answer: “Where is the translator? And why on earth do they exist at all?”

Alas, in Italy specifically, but maybe even in other countries, translators who do nothing all day but read books – ”Bless them, what should they ever complain about?” – are not really Hollywood stars, but rather secrets to be hidden in the darkest room and as long as possible. No limelight for them and no names on the cover, with some exceptions. And, as Petruccioli observes, they are often utterly or partially kept out of the line of communication and, thus, from the decision-making about the editorial choices (including the ones about translation!) and the marketing for what is the very object of their job: the translated book!

It is clear in the book that for some this is also an advantage, because lack of choice is also lack of accountability. Nevertheless, many of us want that accountability, a lot, and would not shy away. And how beneficial it would be for those in the book business to include the people who have the most intimate and fullest contact with the product they sell! And how beneficial for readers to acknowledge their existence and thus their worth, let alone the fact that without them, they would have never known some of their favourite authors.

No doubt, the book also speaks about the embarrassing issue of money, that thing all workers stubbornly insist on asking as compensation for their efforts. Nonetheless, this is not the only problem Petruccioli highlights. In Italy, though translators in general are not fully recognized as professionals and have few legal protections, it is also trues that the literary ones have an advantage: they are considered as authors. Their rights on the translated text end 70 years after their death; they pay taxes in a different way from translators working as professionals; and they have a right to approve of the final text and reject the revision if not aligned with their choices. Alas, laws are not enough to make sure that their work is considered equivalent to the author’s in terms of dignity and compensation (even though some writers are now in the same economical conditions and maybe even worse…)

In any case, if writers are the interpreters of their society, the culture they live in, the world in general and the human beings who have invaded it, and they manipulate their mother tongues (or the ones they write in) to give their own version of all that, even those who translate do the same: they interpret the text which they are entrusted with and the world therein, like a musician playing Bach or an actor playing Čechov, and offer it back to the audience through their own eyes, voice and hands, all the while balancing art and craft. Manipulating with both caution and audacity their own mother tongue (or the one they translate into).

Yet, the risk of seeing a translator as an author and interpreter is to believe they are otherworldly beings who make something magical and thus unfathomable. Can you teach talent? Well, I guess that many music teachers agree that it is possible to improve and refine it at least. And that there are a lot of acting, singing and painting teachers and others like them who metaphorically hug tightly the still too-much-mistreated creative writing teachers – a discipline many Italian writers still view as “American rubbish” – along with those who have been teaching literary translation only for a few decades, yet, and only recently have stopped being considered as charlatans.

Maybe it is true, one day robots will take possession of the world and will write about it from their own point of view, they will translate it and play it on a stage or paint it on a digital pad. In the meanwhile, the books you read (or study on), whose authors have weird names you cannot pronounce, are in your hands thanks to the hard work of a woman or a man whose name instead you rarely know. And if you can read Peruccioli (aka, if someone will translate him into English!), you will see that translators are all over the pages, behind a colon or an alliteration, in a word which might seem absurd in that place and then, (not) miraculously gives the sentence a whole different rhythm…


#TraduciTranslate

Rosaria Manuela Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

E tu cosa ne pensi? ≈ What about you?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: