Il mondo in bianco e nero ≈ A black-and-white world

Lingue, culture e letterature straniere; multiculturalismo; difesa dei diritti umani; azione civile; volontariato; lotta al bullismo. Tutto questo ha fatto parte di me e della mia vita da che ho memoria. Eppure, anch’io sono razzista. Ecco cosa ho scoperto leggendo, tra gli altri, Jane Elliott, Robin DiAngelo e James Baldwin.

Foreign languages, cultures and literatures; multiculturalism; defense of human rights; civil action; charity work; fight against bullyism. All of this has been part of me and my life since I can remember. Nonetheless, I must avow that I, too, am a racist. Here is what I found out by reading, among others, Jane Elliott, Robin DiAngelo and James Baldwin




Uno dei tanti problemi in traduzione è la questione del colore, ma intendo dei “colori” veri, quelli in natura, in arte e così via – verde, giallo, rosso. Per essere più precisi, ogni lingua può avere nomi specifici per certe gradazioni, magari legati al territorio o alla cultura originale, rendendo così non sempre facile la ricerca del giusto equivalente nella lingua di traduzione. Per anni abbiamo cantato di Lisa dagli occhi blu, un po’ per rima e un po’ perché nelle canzoni inglesi gli occhi non sono mai azzurri. Oggi, però, a ogni corso di traduzione ci si prendono bacchettate in mano se il blue inglese o il bleu francese non diventano giustamente azzurri nelle nostre traduzioni.

Fosse così facile correggere gli altri malintesi (chiamiamoli così) legati ai colori. Per esempio, se non siamo albini, quanti di noi “bianchi” possono dire seriamente di essere bianchi? Perché quel rosa opaco o marroncino slavato delle calze di nylon in italiano si chiama proprio “color carne”? E perché una parte di quel meraviglioso continente che è l’Africa, con la savana dorata, il cielo turchese e le verdi foreste, continuiamo a chiamarla “nera”?

Forse sembrano tutte domande banali e lo sono di certo se facciamo parte del gruppo sociale (ed economico) dominante, se siamo appunto “bianchi”. Il problema, però, sta tutto lì: per la maggior parte della popolazione del mondo quelle questioni sono tutt’altro che banali. Se creassimo un grafico a torta usando le percentuali di popolazione per ogni sfumatura di colore, vedremmo che il rosa opaco è la parte più minuscola. Tutti d’accordo che questa cosa è almeno bizzarra? Che nel 2020 sia ancora una minoranza numerica non solo a determinare come chiamiamo il colore della pelle del resto del mondo, ma a determinare anche tutto il linguaggio che utilizziamo per relazionarci agli altri. La fetta più grande di quel grafico per noi è “di colore” e poco importa che questo, il colore della pelle, sia un elemento 1) con cui si nasce e che nessuno può modificare; 2) che non ha la benché minima influenza su tutte le altre caratteristiche di ogni individuo.

Jane Elliott cerca di farlo capire da oltre sessant’anni: insegnante di scuola elementare nel cuore dell’America segregazionista degli anni ’60, il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King jr. decide di fare un esperimento con i suoi piccoli allievi tutti bianchi. Li divide per il colore degli occhi, altro elemento impossibile da cambiare. All’inizio dice che chi ha gli occhi azzurri o verdi è più intelligente, più bravo, impara più in fretta. Chi ha gli occhi marroni, invece, è più stupido, tende a essere indisciplinato, non impara mai nulla. Poi, dopo pranzo, comincia a trattare i “marroni” come se fossero i privilegiati e rimprovera gli altri. Ogni volta, i bambini “dominanti” imitano i comportamenti razzisti degli adulti nei confronti dei cosiddetti neri. È un gioco perverso, ma che con agghiacciante rapidità e chiarezza mostra agli alunni della Elliott – e a qualche adulto negli anni seguenti – cosa si prova a essere giudicati solo e unicamente per un dettaglio insignificante della propria anatomia. Si prova rabbia, tristezza e frustrazione.

In White Fragility Robin DiAngelo, invece, ci spiega perché noi bianchi non ce lo vogliamo sentir dire che siamo razzisti, ma che se il mondo è in bianco e nero, se ogni differenza è appiattita o “assimilata”, annientata o “integrata”, la colpa è di tutti i visi pallidi, anche di quelli convinti di essere troppo buoni per poter avere pregiudizi. Non nasciamo così, è evidente, ma già da bambini lo diventiamo attraverso l’assimilazione passiva di idee e comportamenti in famiglia, a scuola, guardando la TV o i vecchi film che dipingono un passato di cui solo la parte minuscola della torta nel grafico può davvero avere nostalgia.

E lo sono anche io, razzista. Raccoglievo firme per liberare prigionieri di coscienza in paesi sotto dittatura, eppure, quando ancora uscivo di casa, se un bimbo rom si avvicinava, stringevo la borsa più forte al fianco. E anche se insegnavo italiano agli immigrati in una chiesetta battista, quando incrociavo i ragazzi senegalesi che lavoravano alla Fera ‘o Luni, il mercato cittadino dove avevo il negozio, ero sorpresa di non sentirli puzzare. Posso pensare che il mio razzismo sia piccolo, innocuo, insignificante, ma la realtà è che, in ogni caso, non posso far finta che non ci sia, cancellarlo solo con la forza del pensiero. Come coloro il cui destino è segnato da gradi diversi di pigmentazione, nemmeno io posso cambiare la mia pelle o ciò che rappresenta, la colpa che si porta addosso, solo perché non ero lì, in una colonia italiana, a torturare etiopi negli anni ‘30. Lo stesso, devo riconoscere la colpa, chiedere perdono e fare ammenda, modificando la società in cui vivo, acquisendo conoscenza e metodi, se ancora non li posseggo.

Il mondo in bianco e in nero è un mondo disperato, che soffoca, che ha paura, che sfoga la rabbia con qualsiasi mezzo, che siano le urla di una folla che piange i suoi figli assassinati, o il rumore di vetri infranti nelle città ancora piene di ghetti. In La prossima volta il fuoco James Baldwin diceva:

“La glorificazione di una razza e la conseguente degradazione di un’altra – o di altre – ha sempre spianato la strada al delitto.”

Non va neppure bene, però, un mondo senza alcun colore. È bello il simbolo del Gay Pride, del pacifismo e di qualsiasi scuola per l’infanzia: l’arcobaleno. In un mondo così si può essere consapevoli della propria identità individuale e sociale, dei suoi valori e difetti, e allo stesso tempo permettere agli altri di definire la propria e viverla, in sicurezza.

One of many problems in translation is the issue with colours, and I mean the real “colours”, those in nature, art and so on – green, yellow, red. To be more precise, each language can have specific nouns for certain shades, maybe linked to the local territory or the original culture, thus making it not always easy to find the right equivalent in the target language. For years, Italians have sung about the “blue” eyes of one Lisa, in no small part because of the great influence of English songs, where eyes are never “azure”. However, today any translation tutor will rap your knuckles hard if the English blue or the French bleu do not rightly turn into the very Italian azzurro.

If only it were so easy to correct other (let’s call them) misunderstandings linked to colour. For example, if we are not albinos, how many of us “whites” can seriously say we are “white”? Why is that dull pink or washed out bright brown, the one for nylon tights, called nude as if anybody looked like that when naked? And why is part of Africa, the most marvellous continent, with its golden savannah, the turquois sky and green forests, still called “black”?

Maybe these may seem trivial questions and they certainly are if we belong to the socially (and economically) dominant group, if, indeed, we are “white”. However, that is precisely the crux of the matter: for the majority of the world’s population those questions are all but trivial. If we made a pie chart using percentages of population for each shade of skin colour, we would see that dull pink is the tiniest part. Can we all agree that this is at least a very weird thing? That in 2020 we still have a minority in numbers not just determining how we name the colours of the rest of the world’s skin, but also determining all of the language we use to relate to the others. The biggest chunk of that chart for us is “coloured” and it matters not a jiff that this, the colour of the skin, is an element 1) which people are born with and nobody can change; 2) that has not the least influence on any other characteristics of the individual human being.

Jane Elliott has been trying to make people understand this for over sixty years: a teacher at an elementary school in the heart of segregationist USA in the Sixties, the day after the assassination of Martin Luther King jr., she decides to make an experiment with her all-white little pupils. She divides them by the colour of their eyes, another element that nobody can change. At the beginning, she tells those with blue or green eyes that they are more clever and learn faster. The brown-eyed, instead, are stupid and tend to be undisciplined and learn nothing. Then, after lunch, she starts treating “browns” as the privileged and scorns the others. Each time, the “dominant” kids imitate the racist behaviour of adults against the so-called blacks. It is a twisted game for sure, but with terrifying speed and clarity, it still shows to Elliott’s pupils – and then some adults in the following years – what it is like to be judged barely on a meaningless detail linked to one’s anatomy, what feelings it triggers. They are anger, sadness and frustration.

In White Fragility Robin DiAngelo, instead, explains why whites like us do not like to hear ourselves called racist, but that if the world is black and white, if all differences are flattened or “assimilated”, annihilated or “integrated”, it is the fault of all of us palefaces, even the ones even the ones so sure that their own good heart could never hold bad prejudices. We were not born like that, it is clear, but already as kids we do turn into it through passive assimilation of ideas and behaviours in the family, at school, watching TV or those old films depicting a past only the tiniest chunk of the chart can really feel any nostalgia for.

And that is what I am, too: a racist. I collected signatures to have dictators free prisoners of conscience, yet when I still left the house, if a Rom kid came closer, I held my bag tighter to my side. And though I taught Italian to immigrants in a little Baptist church, when I crossed path with the boys from Senegal working at the Fera ‘o Luni, the city market where I had my shop, I was surprised if I smelled around and they did not stink. I can think that my racism is tiny, innocuous, meaningless, but reality is that in any case I cannot pretend that it is not there, delete it with just the power of thought. Like the people who are doomed by different degrees of pigmentation, I cannot change my skin or what it means, I cannot shed away the blame it carries with it just because I was not physically present in the Italian colonies, torturing Ethiopians in the Thirties. I, too, must take the blame, ask for forgiveness and then make amends, changing the society I live in, acquiring new knowledge and strategies.

The black-and-white world is a desperate world, which suffocates, which is frightened, which vents out its anger by any means, whether they are cries from a crowd mourning their murdered kids or the crash of smashed glass in cities still full of ghettos. In The Fire Next Time, James Baldwin said:

“The glorification of one race and the consequent debasement of another – or others – always has been and always will be a recipe for murder.”

A world without any colour, though, is not a good one. The most beautiful symbol is the one used by Gay Prides, pacifists and any nursing school: the rainbow. In a world like that we can all be aware of our own individual and social identity, of its values and faults, and at the same time allow others to define their own and live it, safely.



La lista di letture per capire le insidie del razzismo è lunga, ma ecco qualche testo almeno per cominciare:

The reading list to understand the inside out of racism is long, but here’s some books to at least start trying:


James Baldwin, The Fire Next Time: My Dungeon Shook; Down at the Cross (1962, 1963), Penguin Modern Classics (1990)

James Baldwin, La prossima volta il fuoco: due lettere (Trad. Attilio Veraldi), Fandango Libri (2020)

Robin DiAngelo, White Fragility: Why It’s So Hard for White People to Talk About Racism, Beacon Press (2018)

Jane Elliott, A Collar in My Pocket: Blue Eyes/Brown Eyes Exercise, 2016

Angela Y. Davis, Donne, razza e classe (Trad. Marie Moïse e Alberto Prunetti), Edizioni Alegre (2018)

Angela Y. Davis, Women, Race & Class (1981), Penguin Modern Classics (2019)

Espérance Hakuzwimana Ripanti, E poi basta: Manifesto di una donna nera italiana, People (2019)

#LeggiRead

Rosaria Manuela Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

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