Dei miei scritti giovanili ≈ Of my early works

Anche voi scrivete racconti e romanzi da quando vi hanno messo una penna in mano, ma vi sentite ancora matricole inesperte? Quand’è che si finisce finalmente di essere esordienti, chi lo decide e come? Non ho nessuna risposta a queste domande, ma vi racconto com’è che ho capito che il mio primo romanzo pubblicato è solo una tappa nel viaggio di quasi trent’anni in giro per la mia mente a cercare di capire chi sono per gli altri, chi sono per me stessa e chi sono davvero.

Have you been writing stories and novels since they gave you a pen, but like me you still feel like you are just another green rookie? When do you stop being a beginner, who decides it and, above all, how? I have no answer at all to any of those questions, but I am going to tell you how I finally realized that my first published novel is just a stop in the almost thirty-year long drive in my own mind, trying to understand who I am to others, who I am to myself and who I actually am.




A scuola ero sempre affascinata dagli scritti giovanili, quelle cose che i grandi autori avevano scritto prima di diventare grandi e famosi. Immaginavo che un giorno qualche studioso avrebbe trovato i miei e allora, per rendergli le cose facili, tenevo scatoloni pieni di carte con tutto quello che scrivevo. Pagine strappate dalle vecchie agende e quaderni di scuola, bloc notes e praticamente qualsiasi altra superficie scrivibile. Parole e frasi erano scritte a mano, a macchina e poi stampati con ogni generazione di stampante che è passata da questa casa negli anni. Avevo (e ancora ho, come vedete nell’immagine) copie rilegate degli scritti che ritenevo completi e che cominciavo a mandare a case editrici o concorsi. Avevo scatole piene di fotocopie e pagine di riviste che avevo usato come materiale di ricerca in un’epoca in cui, altro che Google, a stento avevo prima una Olivetti 35 e poi un Commodore 64 su cui scrivere.

Ahiloro (i futuri studiosi, dico), però, più volte nella mia vita mi sono fermata e ho eseguito efferati repulisti che hanno lasciato pochissimi superstiti. Per esempio, è perso per sempre il mio primo romanzo incompleto, la storia di un’orfana cui capitava una tragedia dietro l’altra, cominciato all’età di dodici anni e distrutto a sedici. I cimeli d’epoca cui sono ancora affezionata, invece, sono il primo romanzo in assoluto che ho completato nel 1996 – lo pseudo-giallo in inglese The Mystery of Oak Street – e il primo in italiano cominciato il primo anno di liceo, nel 1991, ma finito solo nel 2007 – Sicilia. Una Sera d’Estate. Nel mezzo era anche riuscito a nascere e sopravvivere il primo e unico romanzo scritto in francese, La Villa sur les Rochers, un’altra fatica da studentessa di liceo linguistico, insieme a tanti racconti in varie lingue che hanno passato il test della madre impietosa.

Per quanto poco interessanti le mie opere vecchie e nuove saranno per il futuro del mondo, guardare indietro serve a me e a noi scrittori tutti, non solo per scrivere meglio dopo, ma anche per capire noi stessi, per imparare a definirci prima ancora che lo facciano gli altri.

Ora, quello che unisce le opere della mia adolescenza è senz’altro l’enorme quantità di sofferenza prima del lieto fine (almeno per qualcuno dei personaggi), l’onnipresenza della morte e, soprattutto, il senso di straniamento dei protagonisti che si confrontano con il mondo in cui sono nati, straniamento culminato nel paradosso che è Carlo Marx Santamaria, il protagonista del (almeno lui) pubblicato A chi risponde il cielo? soffocato dalle mille etichette appiccicategli addosso da chiunque.

D’altronde, pensate sia un caso che spesso scrivessi – e che scriva ancora – in diverse lingue e non solo in quella che mi è stata assegnata d’ufficio? No, infatti, non lo credo nemmeno io. Una straniera in patria, o una cosa del genere, è quello che mi sono sempre sentita e i miei “figli” ne hanno pagato lo scotto.

All’inizio di The Mystery of Oak Street una donna confessa un finto omicidio a un detective, per poi scoprire che ne era stata davvero testimone da bambina. La giovane ha appena saputo di essere stata adottata, pensa di non sapere più quale sia la propria verità e la trova mentendo.

In Sicilia. Una Sera d’Estate due donne con lo stesso cognome ci raccontano la famiglia in cui sono nate a distanza di quarant’anni. Non si incontrano mai e nutrono nei confronti dei familiari sentimenti opposti – morboso attaccamento una, insofferenza passiva la seconda – ma entrambe riescono a buttare giù il castello di carte messo su dai patriarca delle due epoche e a liberarsi ognuna a modo loro del cognome e della vergogna a esso legata. Lo strumento di entrambe? Una misteriosa straniera.

Ognuno dei miei personaggi cerca di trovare il suo posto nel mondo e continuano a farlo anche quelli di oggi, quelli nascosti non più su fogli volanti e quaderni, bensì in mille file, a volte dimenticati, tra hard disk di backup e cloud. Ogni tanto, però, li tiro fuori, li leggo e, se ci trovo idee che non sembrano tanto brutte, li metto nella cartella “CHECK”, da controllare, dove rimane fintanto che la storia continua a chiedermi di essere raccontata.

Nel 2020 la mia cartella CHECK ha avuto fino a oggi tre progetti in corso, due in inglese (di cui vi parlerò la settimana prossima) e uno in italiano. Ebbene, se n’è aggiunto un quarto, uno che usa italiano e siciliano, e che si è meritato la promozione grazie alle risate e alle lacrime che ancora mi provoca.

Anche a 42 anni continuo a scrivere di morti e gente nata nel posto sbagliato, misteri da risolvere e qualche lieto fine (3 su 4 mi sembra un bilancio promettente, no?), ma magari un po’ meglio di prima. La domanda del giorno, però, è: riuscirò a rendere leggibile per il resto del mondo almeno uno di questi romanzi entro il 2025? Be’, si accettano scommesse!

When I was at school, I was always fascinated by the early works, those things great authors had written before they became great and famous. I used to dream that one day some scholar would find mine and so, to make their life easier, I kept big boxes full of papers with all I was writing at the time. Sheets of paper torn from old diaries and school copybooks, notepads and essentially any material that I could write on. They were handwritten, typed and then printed with any generation of printers that has lived in this house through the years. I had (and still have, as you can see in the pic) bound copies of the works I thought finished and that I started sending to publishers and contests. I had boxes full of photocopied pages from books and magazines I had used as research materials in a time when, forget Google, I barely had first an Olivetti typewriter and then a Commodore 64 that I could use to write and print.

Pity for them (the future scholars, I mean). many a time in my life, I have stopped and made some ferocious deep cleaning which left very few survivors. For example, one work is forever lost, my first incomplete novel, the story of an orphan girl who encountered the most disparate and desperate mishaps, that I started at twelve and destroyed at sixteen. On the other hand, the revered relics I am still fond of are the very first novel I was able to complete, back in 1996 – a pseudo-thriller in English, The Mystery of Oak Street – and the first novel in Italian I started writing in 1991, my first year of high school, but that I only finished in 2007 – Sicilia. Una Sera d’Estate. In between them there was also my first and last novel in French, La Villa sur les Rochers, another of my high school fatigues while I studied foreign languages, along with polyglot short stories that passed the test with the pitiless mother.

No matter how little interest my old and new works will have for the future scholars of the world, looking back is good for me as much as for any other writer, not just to write better, but also to understand ourselves, to learn to define ourselves before anyone else tries to do it on their terms.

Now, I am sure that the link between the works of my teens is the enormous amount of pain before the happy ending (at least for some of my characters), the omnipresent death and, above all, the feeling of alienation my people have when facing the world they were born in, some kind of alienation which has its climax in the paradoxical Carlo Marx Santamaria, the protagonist of my (lonely) published A chi risponde il cielo? buried under a thousand labels everybody has applied on him.

Besides, do you think it is just by chance that I used to write – and still write – in different languages and not just in the one I was assigned at birth? No, right? I did not believe it either. A foreigner in my own country, or something like that, is the way I have always felt and my “children” paid the price of it.

At the beginning of The Mystery of Oak Street a woman confesses to a fake murder and then discovers that she was actually a witness of it as a child. This young woman has recently found out her parents adopted her, she thinks she does not know what her truth is and finds it by lying.

In Sicilia. Una Sera d’Estate two women with the same surname tell us about the family they were born in, one forty years after the other. They never meet and their feelings towards their relatives are the opposite – one is obsessively devoted, the other passively annoyed – but they both end up destroying the house of cards the patriarchs of the two different timelines have built up and, each in their way, get rid of their surname and the shame which is linked to it. The tool they both use? A mysterious foreigner.

Each character of mine is looking for their place in the world and the new ones I write today go on doing the same, the ones no more hidden on sheets and copybooks, but in a thousand files, sometimes forgotten inside backup hard disks and cloud space. Sometimes, I do take them out, read them and, if I can find ideas in them which do not look that ugly, I put them in my “CHECK” folder, where they stay as long as the story keeps asking me to tell it.

In 2020 this CHECK folder has contained three projects in progress, two in English (about which I will write next week) and one in Italian. Well, a fourth came out of the blue today, one which uses Italian and Sicilian and was deserving of promotion thanks to the laughs and tears it got me again.

Even at 42 I go on writing of dead people and of people born in the wrong place, of mysteries to solve and some happy endings (3 on 4 seems a promising result, right?), but maybe a little better than before. The most important question is: will I be able to make at least one of these novels decent enough to be read by the rest of the world before 2025? Dear folks, make your bets!


#ScriviWrite

Rosaria Manuela Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

E tu cosa ne pensi? ≈ What about you?

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