La guerra delle rime ≈ The rhyme battle

Quanti giovani e speranzosi traduttori soccombono ancora di fronte a una poesia straniera? E quanti grandi poeti hanno, invece, reso giustizia ai loro fratelli di madrelingua diversa, come fece Beaudelaire per Edgar Allan Poe e Montale rendendo italiane le rime di Shakespeare? La traduzione è già di per sé un conflitto perenne, tra lingue, culture e persone, il cui prodotto può essere una commedia o una tragedia – che si parli letteralmente o metaforicamente. Quando però il testo che si ha di fronte è un poema, la battaglia si fa davvero difficile e solo i veri eroi arrivano alla fine tutti d’un pezzo. Che fine farò io cimentandomi con William Blake e Wilfred Owen? Giudicate voi stessi!

How many young and hopeful translators have to admit defeat in front of a foreign poem? And how many great poets have instead glorified their brothers from a different mothertongue, like Beaudelaire did for Edgar Allan Poe and Montale making Shakespeare rhyme in Italian? Translation itself is an ongoing conflict, between languages, cultures and people, whose product can be a comedy or a tragedy – whether we speak literally or metaphorically. Anyway, when the text you deal with is a poem, the battle becomes really hard and only true heroes get to the end unscathed. How will I end up after wrestling with William Blake and Wilfed Owen? Judge for yourself!


Conflittopoesia00

La letteratura è un corpo fatto di carta, con dita intrise di inchiostro e spalle curve. Ha un’anima ribelle e conformista, rigida e vezzosa, irrequieta e stabile. Come ogni essere umano non è mai del tutto contenta di se stessa e fa a botte con la propria coscienza e, soprattutto, con quella del resto del mondo. Le più belle battaglie della storia, mi spiace per gli amanti delle strategie di guerra, sono state quelle dei poeti toscani che si sfidavano in tenzoni poetiche; sono le querelle teatrali di Molière fatte a colpi di commedie; sono i versi arrabbiati dei poeti di ogni epoca, i “romantici”, i “maledetti” e quelli che scrivevano nelle trincee vere, i “poeti della guerra”.
In fondo, ci sono anche carne e ossa in quel corpo. Sangue e lacrime. Scrittori e traduttori, pubblicati o meno che siano, combattono contro se stessi e contro le parole con cui devono lavorare, contro chi non li fa scrivere o tradurre – inclusa la propria mente balorda e traditrice.
A proposito di mente balorda… una citazione che ricordo sempre – è di Baricco? – dice che lo scrittore è colui che, mentre i boxer si picchiano sul ring, si guarda attorno per vedere come reagisce il pubblico. Può darsi. Se mettete insieme, però, me e una poesia da scrivere, io sto sul ring e vado KO nove volte su dieci – be’, ogni tanto persino a me riesce qualche rima non proprio da biglietto di auguri, anche se di solito la mia è una guerra persa in partenza! Tuttavia, studiando traduzione ho capito che la bestia nera chiamata “forma”, quell’armatura in cui il poeta sembra custodire i suoi segreti più profondi incastonandoli in endecasillabi, alessandrini e pentametri giambici, non è tanto diversa dalle maree imprevedibili della prosa. Più traduco le cosiddette opere di fantasia – per quanto ancora brevi – più mi piace il sapore delle mie stesse lacrime; e più mi impegno in battaglie letterarie, più cresce in me il desiderio di combatterne di più difficili.
Ora, due delle mie poesie preferite parlano proprio di conflitti. Una, L’albero avvelenato di William Blake, parla del litigio tra due amici e di come sia pericoloso non affrontare l’avversario a viso aperto. La seconda, Dulce et Decorum Est di Wilfred Owen, invece, è la descrizione straziante di ciò che significa combattere guerre che non sono davvero le nostre.
Il potere di sintesi di queste poesia traduce in immagini lo scontro, rendendolo chiaro e allo stesso tempo enigmatico per chi legge e, soprattutto, per chi trova il coraggio di sfidare se stesso e loro per ri-tradurre le immagini in parole nuove.
I testi originali sono presi dalla magnifica biblioteca digitale di Project Gutenberg; le traduzioni sono mie e mia la responsabilità di qualsiasi offesa alle straordinarie parole di questi due autori britannici.

Literature is a body made of paper, with fingers soaked in ink and rounded shoulders. Its soul is rebellious and conformist, stern and charming, restless and steady. Like any other human being it is never completely self-satisfied and comes to the blows with its own conscience and with the rest of the world’s. No matter what historical warfare enthusiasts think, the most beautiful battles in history have been the “tenzoni ” in which Tuscan poets challenged each other; Molière’s theatrical disputes carried on with shots of comedy; the angry rhymes of poets at any time, the “romantics”, the “damned”, and those who wrote in real trenches, the “war poets”.
After all, that body is also made of flesh and bone. Blood and tears. Writers and translators, whether published or not, fight against themselves and against the words they work with, against anyone hindering their job – including their own foolish and treacherous mind.
Speaking of foolish minds… a quote that I always remember – maybe by the Italian writer Baricco – says that in front of boxers beating each other on the ring, the writer observes the reactions of the rest of the audience. Maybe. If you put together me and a poem to write, I am on the ring and knocked out nine times out of ten – well, sometimes even a rhyme of mine does show some dignity even out of a birthday card, though mine is usually a losing battle. All the same, studying translation I have understood that the black beast called “form”, the armour in which the poet seems to hide their deepest secrets, engraving them in hendecasyllables, alexandrines and iambic pentameters, is not that different from prose’s unpredictable tides. The more I translate the so called fiction works – even though still short texts – the more I appreciate the taste of my own tears; and the more I engage into literary battles, the greater is my desire to fight even harder ones.
Now, two of my favourite poems talk just about conflicts. One, The Poison Tree by William Blake, is about a fight between friends and about how dangerous it is not to face the adversary on an open field. The second, Dulce et Decorum Est by Wilfed Owen, is instead the crude description of what it means to fight wars which are not really our own.
Poetry’s power to synthesise enables these poems to transform conflict into images, making it clear and at the same time enigmatic for anyone reading and, above all, finding the courage to accept the challenge and try to make the images into new words.
The original texts are taken from Project Gutenberg’s magnificent digital library; the translations are mine and mine is the responsibility for any slaying of the amazing words of the two British authors.


L’albero avvelenato

Ero in collera con un amico:
Rivelai la mia ira, l’ira cessò.
Ero in collera con un nemico:
Non la svelai e la mia ira aumentò.

E l’innaffiai con il timore
Sera e mattina con lacrime versate,
E riscaldai con sorrisi il rancore
E con astuzie dolci e velate.

Ed esso crebbe nott’e dì,
Finché nacque una mela brillante,
E il mio nemico la vide così,
E seppe che era mia, all’istante, –

E nel mio giardino s’è infiltrato
Quando la notte il globo ha rivestito;
Al mattino, lieto, ho trovato
Il mio nemico sotto l’albero, stecchito.

Traduzione di Rosaria Manuela Distefano, 2019

The Poison Tree

I was angry with my friend:
I told my wrath, my wrath did end.
I was angry with my foe:
I told it not, my wrath did grow.

And I watered it in fears
Night and morning with my tears,
And I sunnèd it with smiles
And with soft deceitful wiles.

And it grew both day and night,
Till it bore an apple bright,
And my foe beheld it shine,
And he knew that it was mine, –

And into my garden stole
When the night had veiled the pole;
In the morning, glad, I see
My foe outstretched beneath the tree.

William Blake, “The Poison Tree” from Songs of ExperienceSOURCE


Dulce et Decorum Est

Ripiegati, sotto i sacchi come mendicanti,
A gambe storte, tossendo come streghe, attraverso il fango imprecammo,
Finché voltammo le spalle ai bagliori assillanti
E verso il riposo distante a fatica ci trascinammo.
Marciavano dormendo. Molti dagli stivali abbandonati;
Tutti zoppi; tutti ciechi. Ma calzando sangue arrancavano;
Ubriachi di fatica; anche ai fischi assordati
Delle bombe che dietro ci cascavano.

Gas! GAS! Veloci, compagni!—L’euforia di chi brancolando
L’elmetto goffo giusto in tempo infilava,
Ma qualcuno stava ancora urlando e inciampando
E come in fiamme o calce viva s’agitava.—
Fioco, attraverso i vetri appannati e il bagliore verde e denso,
Come in un verde mare, lo vidi annegare.

In ogni sogno impotente guardo e lo penso
Tuffarsi verso di me, tremare, soffocare, annegare.

Se anche tu potessi arrancare in qualche sogno asfissiante
Dietro al carro su cui l’abbiamo gettato,
E guardare i suoi occhi vitrei contorcersi sul viso agonizzante
Il viso di un demone dal vizio nauseato,
Se sentissi, ad ogni sobbalzo, il sangue
Sgorgare fuori dai polmoni corrosi,
Osceno come un cancro, acre come il morso
di orribili, incurabili vesciche su lingue innocenti,—
Amico mio, non diresti con tanto euforico zelo
A infanti che bramano una gloria disperata,
La vecchia Bugia: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

Traduzione di Rosaria Manuela Distefano, 2019

Dulce et Decorum Est

Bent double, like old beggars under sacks,
Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting flares we turned our backs
And towards our distant rest began to trudge.
Men marched asleep. Many had lost their boots;
But limped on, blood-shod. All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf even to the hoots
Of gas-shells dropping softly behind.

Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling
Fitting the clumsy helmets just in time,
But someone still was yelling out and stumbling
And flound’ring like a man in fire or lime.—
Dim, through the misty panes and thick green light,
As under a green sea, I saw him drowning.

In all my dreams before my helpless sight
He plunges at me, guttering, choking, drowning.

If in some smothering dreams you too could pace
Behind the wagon that we flung him in,
And watch the white eyes writhing in his face,
His hanging face, like a devil’s sick of sin,
If you could hear, at every jolt, the blood
Come gargling from the froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues,—
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.

Wilfred Owen, “Dulce et Decorum Est” from PoemsSOURCE


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Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

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