Gerda & Lale: Il mito dietro la verità ≈ The myth behind the truth

Chi è quella giovane donna che ci fa l’occhiolino dalla copertina in bianco e nero dell’e-book? Di chi sono le mani intrecciate in quella dell’audiolibro accanto? La prima è Gerta Pohorylle, una giovane ebrea e attivista politica che fugge dalla Germania nazista degli anni Trenta e si rifugia a Parigi, dove diventa la fotografa Gerda Taro, collega e compagna dell’oggi famoso Robert Capa. Troverà fama e morte in Spagna durante la Guerra civile del 1936, assumendo il ruolo di eroina (involontaria) nella mitologia comunista. I secondi sono Ludwig “Lali” Eisenberg (poi Sokolov) e Gisela “Gita” Furman, entrambi ebrei slovacchi prigionieri ad Auschwitz, che lì si incontrano e si innamorano e, nonostante tutto, riescono ad avere un lieto fine in Australia. Lì rinchiudono l’orrore dei ricordi in un silenzio che Lali spezzerà del tutto solo dopo la morte di Gita e pochi anni prima della propria, confidando a una non-ebrea la storia di uno dei Tätowieren che impressero l’odiata cifra sulle braccia di un numero impressionante di compagni di sventura.

Who is that young woman winking at us from the black and white cover of the e-book? Whose are the intertwined hands on the audiobook’s cover next to it? The first is Gerta Pohorylle, a young Jew and political activist who escapes nazi Germany in the Thirties and finds refuge in Paris, where she becomes the photographer Gerda Taro, colleague and lover of the now famous Robert Capa. She will also find fame and death in Spain, during the Civil War in 1936, entering in the communist mythology as a (involuntary) she-hero. The others are Ludwig “Lali” Eisenberg (then Sokolov) and Gisela “Gita” Furman, both Slovakian Jews imprisoned in Auschwitz, who meet and fall in love there and, despite everything, succeed in having their happy ending in Australia.There, they box in the horrific memories with a silence that Lali only breaks completely after Gita’s death and just few years before his own, entrusting to a non-Jew the story of one of the Tätowieren who imprinted the loathsome figure on the arms of an impressive number of companions.


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Tutta la verità… ?

Il successo de La ragazza con la Leica di Helena Janeczek e de Il tatuatore di Auschwitz di Heather Morris non dovrebbe sorprendere. La capacità delle “storie vere” di attrarre lettori ha spinto già nel XIX secolo autori di romanzi storici come Manzoni, Dumas o Hawthorne a utilizzare addirittura l’invenzione di manoscritti ritrovati in polverose biblioteche e vecchi uffici che provavano la “finta vera esistenza” dei loro personaggi. Oggi, che basta Google per sgamare autori mendaci – ma anche per creare altrettante finte verità – i lettori cosa cercano nei testi di questo tipo? Per tutta la verità, nient’altro che la verità, ci sono già i documentari. Dal romanzo vogliamo qualcosa di più.
Per ricreare non tanto quello che Gerda e Lali hanno vissuto, bensì il come lo hanno vissuto, Janeczek e Morris percorrono due distinte strade letterarie, per due platee altrettanto differenti: la prima parte da un’approfondita ricerca storica; la seconda da un racconto memoriale dal vivo, con tutti i bias che ne conseguono e che i lettori più attenti hanno subito scovato*.
Il ritratto “possibile” di Gerda è costruito attraverso tre narratori, realmente esistiti, e le loro memorie in flashback che coprono quasi tutta la breve vita della donna. Per Willy “il Bassotto” Chardack i ricordi arrivano durante quella che sembra una giornata qualsiasi del 1960, mentre passeggia per le vie di Buffalo, in quegli Stati Uniti dove aveva trovato rifugio mentre l’Europa stava per saltare in aria. La colpa è dell’amico e collega medico Georg Kuritzkes che gli telefona da Roma e senza un perché rievoca il loro amore in comune, quella giovane attraente e piena di vitalità per cui, ancora giovanotti a Lipsia, avevano entrambi perso la testa. Il punto di vista di Ruth Cerf, il secondo nella narrazione, fa da spartiacque tra le memorie più recenti dei due uomini e ci prende quasi di sorpresa. I suoi pensieri sono più turbati – e meno sensuali – e arrivano dalla Parigi del 1938, non molto dopo la morte di Gerda e mentre la donna, anche lei ebrea come gli amici, sta progettando la fuga in Svizzera.
Se fosse un film, Janeczek avrebbe trovato le tre inquadrature perfette per far dimenticare allo spettatore la presenza delle telecamere, ovvero per far dimenticare al lettore che i pensieri dei tre sono completamente inventati. Gerda è una protagonista passiva, estratta dalla superficie delle sue foto, quelle che ha fatto e quelle che la ritraggono, e dalle memorie altrui. Eppure risulta un personaggio a tutto tondo, complesso, indescrivibile a mezzo etichette e che sembra “vera”.
La telecamera nel Tatuatore è una sola, invece, e in mano la tiene praticamente sempre il protagonista. Il giudizio di Lale su chi e cosa lo circonda è assertivo e postumo, ovvero frutto della riflessione fatta a decenni di distanza che non lascia spazio a dubbi e inevitabilmente influenza molto la visione del lettore. C’è il viaggio sul treno da bestiame nel 1942. C’è l’arrivo in quel posto in cui “il lavoro rende liberi”. C’è l’occasione per sopravvivere, andando in giro con una cartelletta che contiene gli strumenti del suo nuovo mestiere, i bastoncini e l’inchiostro verde. C’è Gita che gli porge il braccio e gli ruba il cuore. C’è il suo carceriere personale, Stefan Baretski, un giovane soldato che lo scorta dal suo “alloggio” alle postazioni in cui “fa quello che deve fare” e verso cui concentra quasi tutto il proprio risentimento. Ci sono amici appena incontrati e subito persi. Tutto è filtrato dalla mente di Lale e solo qualche flashback della sua vita in Slovacchia ci lascia intravedere chi potrebbe essere stato davvero Ludwig Eisenberg.
Anche la comunità poliglotta e multiculturale che circonda i protagonisti è rappresentata con un linguaggio diverso: quello della Ragazza è contaminato da parole, frasi e ritornelli in inglese, francese e tedesco, mentre per “sentire” i russi, i francesi, gli ungheresi e i tedeschi del Tatuatore possiamo solo immaginarli o affidarci alla recitazione dell’attore Richard Armitage nell’audiolibro in inglese.
Ad ogni modo, per quanto profonda possa essere la loro mimesi, dietro la verità dei personaggi si nascondono in entrambi i casi simboli che confermano o sostituiscono i miti già costruiti dal Tempo.

*Nell’articolo “Fact-checking The Tattooist of Auschwitz pubblicato su Memoria, rivista dell’Auschwitz Memorial Research Centre, si sottolineano diversi errori di ricostruzione storica e si invitano i lettori a considerare il romanzo come un’opera di invenzione solo “ispirata” alla vera storia di Lali e Gita.

All the truth… ?

It should not come as a surprise that Helena Janeczek’s The Girl with the Leica and Heather Morris’s The Tattooist of Auschwitz are best-sellers. The fact that a “true story” attracts readers like no other already pushed 19th century authors of historical novels such as Manzoni, Dumas or Hawthorne to even use the invention of manuscripts found in dusty libraries and old offices to prove the “fake true existence” of their characters. Today, when Google is enough to either discover mendacious authors or create as many fake truths, what do readers look for? For all the truth and nothing but the truth we already have documentaries. From a novel we want something more.
To recreate not just what Gerda and Lali lived but rather how they lived it, Janeczek and Morris take two opposing literary paths for two audiences who are just as much different: the first moves from a very thorough historical research; the second from a live recounting of memories, with all the bias that this can carry with it and that the more alert readers have soon found out*.
The “possible” portrait of Gerda is built by three narrators, all really existed, and their memories through flashbacks which cover almost all of the woman’s too short life. Willy “Bassethound” Chardack starts recollecting during a day in 1960 which seems like all the others, while he has a walk along the streets of Buffalo, in those United Stated where he had found refuge while Europe was on the verge of blowing up. It’s Georg Kuritzkes’s fault, his friend and colleague doctor, who calls from Rome and out of the blue talks to him about their common love, that attractive and vivacious young lady they had both fallen for when still boys in Lipsia. Ruth Cerf’s point of view, the second in the narration, works like a divide between the two men’s more recent recollections and almost takes us by surprise. Her thoughts are much more turbulent – and less amorous – and they come from 1938’s Paris, not so long after Gerda’s death and while the woman, a Jew like her friends, is planning her escape to Switzerland.
If it were a film, Janeczek would have found the three perfect angles to make the audience forget that the cameras are still there, that is to say to make the reader forget that these three people’s thoughts are completely invented. Gerda is a passive protagonist pulled out from the surface of her photos, the ones she took and the ones taken of her, and from others’ memories. Yet, she is a round character, complex, who cannot be described in labels and seems “true”.
In the Tattooist there is only one camera, instead, and the protagonist is almost always the one behind it. Lale’s judgement on who and what is around him is assertive and posthumous, that is to say the result of an afterthought decades after the facts actually took place, which leaves no room for doubts and thus heavily influences the reader. There is the trip on the cattle train in 1942. There is the arrival in that place where “work makes you free”. There is a chance to survive, going around with a bag which contains the tools of his new job, the sticks and green ink. There’s Gita who holds out her arm and takes back his heart. There is his personal jailer, Stefan Baretski, a young SS who escorts him from his “house” to the places where he “does what he has to do” and against whom he launches most of his resentment. There are friends he has just met and soon lost. Everything is filtered through Lale’s mind and only some flashbacks into his former life in Slovakia let us glance for a moment into who Ludwig Eisenberg might have been.
Even the polyglot and multicultural community which rotates around the protagonists is represented with a different language: the Girl’s is contaminated by words, sentences and refrains in English, French and German, while to “hear” the Russians, the French, the Hungarians and the Germans in the Tattooist we can only trust our imagination or the interpretation by the actor Richard Armitage in the English audiobook.
In any case, no matter how deep their mimesis can be, behind the characters’ truth in both novels lie the symbols which confirm or replace the myths already created by Time.

*The article “Fact-checking The Tattooist of Auschwitz published on Memoria, the magazine of the Auschwitz Memorial Research Centre, underlines the many factual mistakes in the historical reconstruction and invites the readers to consider the book as a fictional story only “inspired” by Lali and Gita’s true life.


Mito o non mito, questo è il dilemma

Libertà e Amor Omnia Vincit sono secondo me i due veri protagonisti rispettivamente della Ragazza e del Tatuatore, i miti dietro le verità simulate, appunto. Janeczek usa la storia per rimodellare il mito; Morris plasma la storia per confermare il suo.

Capisco che il nostro bluff sembra uno scherzo da ragazzi. Però la gente crede a ciò che vuole credere. Almeno per un po’. E un po’ ci basta. Perché dopo, ne sono certa, noi non torniamo più al punto di partenza.

Questo dice la ragazza con la Leica all’amica Ruth Cerf, che io ho ribattezzato durante la lettura “la demistificatrice” e che sembra lo strumento usato per riportare a terra Gerda. Quest’ultima ha appena finito di esporre il suo piano perfetto: l’invenzione dell’affascinante fotografo americano Robert Capa e della sua misteriosa compagna, Gerda Taro, una coppia che sembra uscita da un film e si può “vendere” alle riviste d’oltreoceano meglio del vero ungherese ebreo André Friedmann e della dattilografa, deliziosa ma squattrinata, che è lei. Ruth ride. Gerda, la donna con cui ha vissuto e condiviso i morsi della fame e molto altro, è fatta così. È apparentemente spensierata e superficiale, un’opportunista che ogni tanto la irrita, soprattutto quando i loro destini si allontanano, ma le cui passioni sono tenaci e che è impossibile non amare. La Ruth che ricorda, però, non è quella che ride. È ancora a Parigi, lei che non è riuscita o non ha voluto davvero andare come volontaria in Spagna. Gerda non c’è più e Ruth si ferma a immaginare gli ultimi attimi di vita dell’amica:

Vivere a tutti i costi, ma non a ogni prezzo, Gerda lo desiderava più di tutti loro messi insieme. E infatti superava i vincoli e gli ostacoli frapposti a quel desiderio con un impulso irrefrenabile, uno slancio che solo la mole d’acciaio di un cingolato era riuscito a stritolare.

Il punto è: Gerda non è una martire, è una donna libera nonostante tutto. E infatti, la parola “libertà” e i suoi derivati vengono ripetuti continuamente per tutto il libro e in varie lingue: libero, libera, liberarsi, free, libertéFreiraum, è lo “spazio libero” che il Willy del 1960 cerca invano di tradurre in inglese e che lui e gli amici riuscivano a trovare in casa di Georg, prima della fuga a Parigi, un luogo in cui poter esprimere se stessi e le proprie idee, in cui essere liberi dalle etichette appiccicate addosso da leggi incomprensibili o ideologie altrui.
Lale, invece, non è mai stato davvero libero. Lo perseguitava – questo sembra suggerire la postfazione di Morris – la paura di essere considerato insieme alla moglie un collaborazionista alla fine della guerra. No, risponde per lui il giovane protagonista del romanzo, ho fatto quello che dovevo fare e la mia capacità di sopravvivere è stata “eroica”, derivata dal profondissimo amore per Gita, per la madre, per le donne come fonte di vita.
La forma stessa del romanzo confessa lo scopo del racconto: è un romanzo d’amore che ne segue quasi tutti i canoni, anche a costo di riadattare la storia ufficiale. L’eroe e l’eroina sono buoni e così tutti i loro sostenitori; gli antagonisti sono cattivi e bidimensionali. Si mantengono tutte le immagini dell’Olocausto a cui ci ha abituato la cinematografia degli ultimi decenni, che lungi dall’essere smontate o verificate, sono invece amplificate per rendere ancora più risonante la conquista del lieto fine.
Con questo romanzo sorge più forte la domanda: quanto diritto ha un romanziere di giocare con la Storia? Qual è il confine invalicabile? Non ho personalmente nulla contro la libera fantasia in sé e sono un’accanita lettrice di romanzi rosa, soprattutto quelli storici. A un certo punto mi è stato chiaro che il romanzo era più romantico che memoriale e ho adattato le mie aspettative di conseguenza, accettando che qui i sentimenti erano più importanti dei fatti e che la singola storia d’amore era il centro di tutto. Se a Waterloo si finisce per trovare a combattere una quantità eccessiva di duchi e conti, un lettore di romance non ci fa tanto caso; il Felici per sempre è ciò che conta alla fine e l’eroe deve rimanere tale nel male e nel peggio.
Tuttavia, confesso che, arrivata a scene più esplicite, ne sono rimasta disturbata. Non so se esisterà mai un tempo in cui si potrà considerare un campo di concentramento l’ambientazione adatta al lato più sensuale di una storia d’amore, come si fa per le guerre napoleoniche oggi. Suppongo, tuttavia, che la ragione per cui due amanti sotto i bombardamenti non sembrano del tutto fuori posto non sia legata solo alla distanza storica o al fatto che Waterloo abbia avuto meno vittime – fu comunque un massacro. Molto più importante, direi, è il fatto che oggi nessuno mette in discussione la realtà di quelle battaglie, nessuno nega l’esistenza di Napoleone o della ghigliottina. Almeno per me, questo fa un’enorme differenza.
Comprendo, però, per contro, la volontà di molti lettori di voler credere a quel “l’amore vince tutto”, a voler accettare l’immagine ormai stereotipata e, paradossalmente rassicurante, di un Olocausto in alta definizione, sotto la luce giusta – e che comunque non è negato. Capisco la volontà di credere che si possa mantenere la propria umanità anche nelle peggiori condizioni immaginabili.
A patto, quindi, di leggerli con lo giusto spirito critico e riconoscendo i confini tra realtà e finzione, ognuno di questi libri ci dà spunti su cui riflettere, momenti di commozione e uno sguardo al passato, ma con i piedi ben piantati nel presente. Perché la memoria di ieri non vale molto senza la consapevolezza dell’oggi.

Myth or no myth, that is the question

From what I can tell, Freedom and Amor Omnia Vincit are the true protagonists respectively of the Girl and of the Tattooist, precisely the myths behind the truth. Janeczek uses history to remodel the myth; Morris transforms history to confirm hers.

I know that our bluff looks like a child’s prank. But people believe what they want to believe. At least for a while. And a while is enough for us. Because then, I’m sure, we will never go back to where we came from.

This is what the girl with the Leica tells her friend Ruth Cerf, whom I renamed “the debunker” during my reading and who seems the instrument used to take Gerda back on earth. The latter has just finished explaining her perfect strategy: the invention of the charming American photographer Robert Capa and of his mysterious partner, Gerda Taro, a couple straight out of a film and easier to “sell” to the magazines on the other side of the pond than the real Hungarian Jew named André Friedmann and the lovely but penniless typist she is. Ruth laughs. This is how Gerda is – the woman she has lived and shared hunger with along with so much more. Apparently, she is carefree and flighty, an opportunist who sometimes annoys her, above all when they both go their own path, but whose passions are tenacious after all and is impossible not to love. The Ruth remembering her is not the one laughing, though. She is still in Paris, she was not able or did not want enough to go to help in Spain. Gerda is no more and Ruth wonders about her friend’s last moments of life:

More than all of them together, Gerda was eager to live, whatever the cost but not at any price. And, indeed, she overcame all encumbrances and obstacles to that desire with an urge, an impulse that only the steely weight of a tank was able to crush.

The point is: Gerda is not a martyr, she is a free woman despite everything. And, indeed, the word “freedom” and all its derivatives are repeated all through the book and in various idioms: free, freely, get free, libero, libertéFreiraum, that “free room” which 1960’s Willy tries to translate into English with no luck and that his friends and he could find at Georg’s house, before fleeing to Paris, a place where they could express themselves and their ideas, where they could be free from the labels attached on them by puzzling laws or someone’s ideology.
Lale, instead, was never truly free. He was haunted – this is what Morris’s Afterword seems to imply – by the fear that he and his wife Gita could be considered collaborationists after the war. No, the younger protagonist answers for old Lale, I did what I had to do and my ability to survive was “heroic” and, more, it derived from the deepest kind of love, the one for Gita, for his mother, for the women, all sources of life.
The novel’s structure itself reveals the aim of the narration: this is historical romance following almost all the canons of the genre, even if it means remodelling official history. The heroes are good and so are all their supporters; the villains are evil and two-dimensional. All the Holocaust imagery remains in the form cinema has fed us in the last decades with no attempt to either dismantle or verify it and which is, instead, amplified to make the conquest of the HEA even more resounding.
This is the novel that urges us to wonder: how much can a novelist rightfully play with History? What is the line which cannot be crossed? Personally, I have nothing against stretches of imagination in historical novels and I am quite a consumer of the romance genre. At a certain point, I realised the novel was more romance than memoir and I adapted my expectations accordingly, accepting that here feelings were more important than facts and that the individual love story was the real core. If Waterloo ends up having an incredible number of dukes and earls fighting in it, a romance reader does not mind too much, the Happily-Ever-After is what counts in the end and the hero must remain a hero through bad and worse.
I must confess, though, that when I got to some hotter scenes in the book, I was quite upset. I do not know if there will ever be a time when a concentration camp can be considered a suitable setting for such sides of a love story as the Napoleonic wars can be today. I reckon, though, that the reason why two lovers in the middle of a ferocious battle do not sound completely wrong is not just linked to the distance in time or to the fact that Waterloo had less victims – it was a massacre all the same. I would say that it has rather more to do with the fact that we live in a time when nobody calls into question the reality of those battles, nobody denies the existence of Napoleon or of the guillotine. For me, at least, this makes a huge difference.
I do understand, though, how many readers are eager to believe in that “love conquers all” ideal, to accept the slightly stereotyped and absurdly reassuring image of the Holocaust in high definition and with the right lights – which does not deny anything, in any case. I understand the desire to think that a man can maintain his best nature even in the worst imaginable situation.
So, if we are careful to read them with a critical eye and recognizing the line between reality and fiction, both these books give us food for thought, emotional moments and a look at our past, standing with our feet on today’s ground. Because, in the end, the memories of yesterday count for nothing if we are not aware of our present.


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I libri

La ragazza con la Leica
Helena Janeczek – Guanda 2017 (Premio Strega 2018)
Il tatuatore di Auschwitz
Heather Morris; trad. Stefano Beretta – Garzanti 2018

The Books

The Girl with the Leica
Helena Janeczek (not yet translated into English)
The Tattooist of Auschwitz
Heather Morris – HarperCollins, 2018
Audiobook read by Richard Armitage, Bolinda 2018


Questo articolo è parte della serie “Storia, Memoria, Guerra”; gli altri articoli:
Storia, memoria, guerra (Introduzione)
Il brivido della storia (Su Fatherland di Robert Harris)

This article is part of the series “History, Memory, War”; the other articles:
History, Memory, War (Introduction)
The Thrill of History (On Fatherland by Robert Harris)


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Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

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