Storia, memoria, guerra ≈ History, memory, war

Il 2018 è stato un anno di grandi anniversari: il centenario dalla fine della Grande Guerra; il settantesimo anno dall’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana; e il compimento del mio quarantesimo anno su questa terra. È stato un anno in cui, nel bene e nel male, il passato si è ripresentato con forza nel nostro presente, con brutti presagi e allo stesso tempo con la memoria della resilienza dei nostri antenati anche durante le peggiori battaglie umane. Voglio chiudere quindi questi primi sei mesi del mio blog e l’anno con un inizio: l’introduzione a un ciclo di articoli che si concentreranno sulle mie cotte letterarie nate dal connubio tra Storia e Letteratura, passando per ogni genere, dallo storico-biografico al romance, dai classici ai contemporanei. Parlerò di Storia e storie personali; dello scrivere per non dimenticare; e dei conflitti che da sempre seducono lettori (e spettatori).

2018 has been a year full of big anniversaries: the centenary of the end of World War I; the seventieth year since the Constitution of the Italian Republic came into force; and my fortieth year on this earth. In the course of this year, for better or worse the past has come back into our present with a vengeance, with bad omens and at the same time with the memory of our forefather’s resilience even during the worst human battles. I want to finish these first six months of blogging and the year with a beginning: the introduction to a series of articles which will focus on my book crushes born from the marriage of History and Literature, walking around all genres, from the biographic to romance, from classics to contemporaries. I will talk of History and personal stories; of writing to avoid forgetting; and of the conflicts which have been seducing readers (and viewers) forever.


Qual è la tua storia - What's your story

Storia e storie

Siamo tutti di passaggio nella vita degli altri. Ciò che ci rimane addosso sono le storie che abbiamo vissuto con loro o che ci hanno raccontato. Storie che costruiscono la Storia. Perché, come dice il sociologo Paolo Jedlowski, “ci affidiamo ai racconti per trascendere i confini della nostra realtà e per elaborare la nostra esperienza, per riconoscerci e farci riconoscere”. E, continua, il piacere del narrare risiede nel desiderio stesso di dare un senso alla vita.* Che sia la propria o quella dell’intera umanità.
Per esempio, il periodo della Seconda Guerra Mondiale è da sempre legato per me non solo a libri della mia infanzia, come Il diario di Anna Frank, bensì anche a molte persone attorno a me che avevano vissuto nella Sicilia di quel tempo e, in particolare, mio nonno materno, Francesco Puglisi – che mia nonna, quando si spazientiva, chiamava Ginodiddio. Grazie ai suoi racconti, credo, il mio interesse per il passato, per la vita che lui aveva vissuto davvero e io leggevo tra le pagine dei libri a scuola, è diventato amore vero.
Francesco era il primo figlio maschio di una famiglia numerosa rimasta orfana di padre quando lui aveva solo 13 anni, più o meno nel 1935. Per aiutare la madre, che cucinava per le suore nella scuola del quartiere, aveva presto cominciato a girare per la provincia di Catania e poi sempre più oltre, spingendosi anche con il treno su fino a Napoli, per comprare e vendere “roba”. Era così che aveva trovato mia nonna ‘Ntunietta, vendendo imbuti e scolapasta a Troina, nel cuore della Sicilia, raggiungibile solo per strade impervie, come tutti i paesini nella provincia di Enna. Quella volta lasciò gli scolapasta al padre di mia nonna e in cambio si portò indietro lei a Catania.
Di quegli anni prima e dopo il suo matrimonio mio nonno mi raccontava mente stavo a prendere appunti sul tavolino di plastica del cortiletto dove piantava pomodori e peperoni in grossi bidoni recuperati chissà dove; o quando ero seduta vicino a lui sulle poltrone di finta pelle davanti al televisore spento (quando le telenovelas di nonna erano finite); o mentre, tenendo la mia mano minuscola nella sua, mi portava in giro per il quartiere povero in cui viveva ancora, negli stessi posti in cui erano cadute le bombe di cui mi parlava.
Anche se non so quanto durerà, riesco ancora a ricordare la sua voce, una che non si alzava mai troppo – cosa rara in famiglia – e che manteneva con noi nipoti sempre una dolcezza particolare. Metteva la sua buona dose di fantasia nella narrazione, ne sono certa, ma poco importava allora e ancora meno oggi. Lo ascoltavo rapita, gli chiedevo di ripetere le storie che mi piacevano di più, come quando, sotto l’occupazione – o liberazione – degli Americani già al Sud, si era ritrovato sul treno con altri commercianti che, per sottrarsi forse al controllo dei militari, erano scesi lasciando sul vagone due “bidoni”, mentre lui dormiva. Una volta sveglio, si era guardato a destra e a sinistra, e visto che nessuno li reclamava, aveva deciso di appropriarsene per trovarli poi pieni di legumi da rivendere.
I suoi racconti avevano tutto quello che fa sì che io mi innamori di un autore o di un libro: quel senso di suspense che riusciva a creare anche quando sapevo già come andava a finire; la sensazione che tutto quello che diceva stesse accadendo lì davanti a me; e l’ironia, il sorriso furbetto che gli illuminava la faccia mezza sdentata ogni volta che confessava le sue monellerie da ragazzo. Il dolore del lutto, le lotte quotidiane, la voglia di vivere e la forza di amare.
*P. Jedlowski, Storie comuni, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2000

History and Stories

We are all just passing through others’ lives. What remains with us is the stories we have lived with them or that they have told us. Stories which build History. Because, as the Italian sociologist Paolo Jedlowski says “we use story-telling to transcend reality and elaborate our own experience, to acknowledge ourselves and make others acknowledge us”. And, he goes on, the pleasure of telling lies in the desire itself to give life some meaning*. Whether it is our own life or the whole human race’s.
For example, in my mind the period of the Second World War has always been linked not just to my childhood books, such as Anne Frank’s Diary, but also to the many people around me who had lived in Sicily at that time and, in particular, my maternal grandfather Francesco Puglisi – whom my granny called Gino-of-God whenever he annoyed her. I reckon it was also thanks to his tales that my interest for the past, for the life he had actually lived and I only read on my books at school, became true love.
Francesco was the older son in a large family who lost their father when he was only 13 years old, more or less in 1935. To help his mother, who had started to cook for the sisters of a school in their neighbourhood, he soon started to go to the towns around Catania and then even farther on, going even as far as Naples by train, to buy and sell “stuff”. It was in this way that he also found my granny ‘Ntunietta, selling funnels and colanders in Troina, at the very heart of Sicily and which could be reached only through impervious roads, as it is for all the towns in the province of Enna. That time, he left the colanders to my grandmother’s father and in exchange took her back with him to Catania.
Of those years before and after his wedding, my grandfather told me while I was taking notes at the plastic table in the small courtyard where he planted tomatoes and sweet peppers in big tanks he had recovered who knows where; or when I was sitting next to him in those fake-leather armchairs in front of the muted TV set (only when granny’s telenovelas were over); or when he took my small hand in his and walked me around the poor neighbourhood he still lived in, in the same places which had been bombed in the time he told me about.
Even though I do not know how long this will last, I still remember his voice, one you could never hear too loud – a weird thing in my family – and that kept some sort of sweetness every time he spoke with us grand-children. He certainly used his fantasy while telling his stories, I am sure, but it was unimportant at the time and even less today. I listened to his each and every word, I asked him to repeat the tales I liked most, like the one when, under the American occupation – or liberation – of the South, he had found himself on a train with other sellers who, maybe to avoid being checked by the soldiers, had left the train and two big “tanks” behind while he was sleeping. He had looked left and right and as nobody claimed them as theirs, he decided to take them to re-sell what was inside.
His stories contained all that I need to fall in love with an author or a book: that suspense he was able to create even when I already knew how it ended; the feeling that everything he was telling was actually happening in front of me; and the irony, the impish smile which lit up his half-toothless face any time he confessed some of his younger self’s pranks. The pain for a loss, the everyday fights, the desire to live and the strength to love.
*No English translation of this book. Check Roland Barthes’ work on narratology.


Foto - Photos

Memoria e Miti

Chi dovesse trovare nel mio A chi risponde il Cielo? immagini stereotipate proprio dell’ultimo grande conflitto europeo, del fascismo e della resistenza, non si stupisca. Sono lì apposta come critica e dimostrazione allo stesso tempo dell’usanza che abbiamo noi umani di fissare in categorie, in scatole ben quadrate, i fatti e soprattutto le persone, il loro carattere e i loro comportamenti – un’usanza che il mio protagonista detesta. Eppure, questa è spesso una necessità, uno stratagemma che il nostro cervello ha escogitato per sopravvivere in un mondo pieno di incertezze, tranelli e funghi velenosi. Un modo, anche, per quietare le paure creando immaginette da baciare la sera e mettere sotto il cuscino o per continuare la lotta, anche quando tutto sembra perduto, trovando la forza nell’esempio di eroi mitologici, ma non troppo diversi da noi.
La standardizzazione del ricordo, in particolare, avviene soprattutto nel caso di eventi traumatici: nel suo studio sulle memorie delle stragi avvenute in due comuni toscani nel 1944 a opera di soldati tedeschi, l’antropologa Francesca Cappelletto rileva come ci sia la necessità psicologica di costruire quella che Primo Levi chiamava una “memoria-protesi”, un allenamento quasi meccanico al racconto, che permetta di raccontare il trauma senza rivivere la sofferenza. Non manca, però, il pericolo che, una volta che la storia è uscita dall’individualità ed è diventata “memoria collettiva”, questa sia poi profondamente influenzata dai modelli sociali e dai bias della comunità in cui è nata e da cui è stata vissuta per interposta persona nelle generazioni successive.*
Inoltre, il passo dalla creazione di memorie collettive a quella di miti veri e propri è davvero breve, ma non è detto che sia cronologicamente consecutiva. Se Anna Frank è diventata il simbolo della comunità ebraica sterminata dal nazismo quasi all’indomani della fine della guerra, non così si può dire per personaggi molto più antichi, che pure sono oggi altrettanto celebrati. Come Ipazia, ad esempio, la filosofa assassinata dal fanatismo cristiano nel V d.C. e oggi eroina tanto femminista quanto anti-integralista, cui sono state attribuite caratteristiche e comportamenti non sempre accurati a secoli di distanza.
Mentre la storiografia cerca di scomporre miti e stereotipi a loro connessi – come fa ad esempio la storica Silvia Ronchey nel suo Ipazia. La vera storia (ed. Rizzoli, Milano 2010) – la narrativa può usare la memoria e i suoi stereotipi, rimaneggiare i cliché per renderli a noi lettori appetibili e/o comprensibili (a seconda di quanto commerciale sia il testo). Un romanzo storico, come qualsiasi altro, ha un punto di vista – o molteplici, ma comunque “selezionati” – e sviluppa una trama a partire da quello. L’autore deve in ogni caso scegliere se stare dentro o fuori la memoria collettiva, se seguirla o stravolgerla, se ripensare i miti alla luce del proprio sentire contemporaneo o se confermarli.
La Storia la scrivono i vincitori, dicono i cinici, e la memoria stessa non è infallibile. Resta però in tutti noi la necessità di ricordare e di trovare artisti che siano in grado di farlo nella maniera più adatta a questi tempi, soprattutto mentre perdiamo via via le biblioteche viventi che conservano addosso la storia del secolo scorso e mentre ciò che viviamo oggi sta già diventando storia di ieri.
*F. Cappelletto, Dall’autobiografia alla storia (a cura di F. Dei, C. Di Pasquale), Pacini Editore, Pisa 2010

Memory and Myths

For those who might find stereotyped images in my Who does Heaven respond to? about the last big European conflict, fascism and the Resistance, do not be surprised. They were put in on purpose to criticize and at the same time show the habit we humans have to compress into categories, into squared boxes, facts and above all people, their character and their behaviour – a habit the protagonist of my Italian novel hates. Nonetheless, this has often been necessary, a stratagem that our brain has contrived to survive in a world full of uncertainty, tricky traps and poisonous mushrooms. And also a way to soothe our fears by creating a small sacred picture we kiss at night and put under the pillow or to keep on fighting even when everything seems lost, by finding our own inner strength in the example of mythical heroes not so much different from us.
Particularly, the standardizing of recollections happens above all in the case of traumatic events: in her study about the memory of the massacres carried out by German soldiers in two small towns in Tuscany in 1944, the anthropologist Francesca Cappelletto underlines the psychological need to create what Primo Levi called a “memory prosthesis”, an almost mechanical training at story-telling, which allows to speak about the trauma without feeling the pain. The danger still remains, though, that once the story has come out of the individual area and has become “group memory”, the latter is then deeply influenced by the social models and the bias of the community it was born in and by which it was then vicariously lived in the following generations.*
Moreover, it is but a short step from creating a group memory to creating real myths, though this is not forcibly chronologically consecutive. Even though Anne Frank became a symbol for the terrible genocide of the Jewish community led by Nazis in the few years after the end of the war, it was not so for more ancient characters, who are very much celebrated today. Hypatia, for example, the philosopher murdered by Christian fanatics in the 5th century, is now a she-hero both of feminism and the fight against integralism, one whose story has not always been very accurately told after all these centuries.
While historiography tries to break down myths and their linked stereotypes – as the historian Silvia Ronchey did in her book about Hypatia (not available in English) – fiction can use memory and its stereotypes, reshape the clichés to make them desirable and/or more comprehensible for us readers (according to how much commercial the text is). As much as any other fiction work, a historical novel has a point of view – or more than one, but still “selected” – from which it develops a plot. The author must choose whether to stay inside or outside the group memory, whether to follow it or put it upside down, whether to rethink the myth following their contemporary feeling or instead confirm it.
History, they say, is written by winners and memory itself is not always reliable. Yet, we all need to remember and to find artists who are able to do it properly in our world, above all as we are currently losing one by one the living libraries who carry in themselves the history of the last century and while what we are living today is already becoming the story of yesterday.
*F. Cappelletto, “Long-Term Memory of Extreme Events: From Autobiography to History”, The Journal of the Royal Anthropological Institute Vol. 9, No. 2 (Jun., 2003), pp. 241-260


Attenzione, bomba inesplosa - Danger, unexploded bomb

Guerra e Amore

La vita è una guerra continua, una lotta contro le forze della natura per la sopravvivenza, contro chi sembra ostacolare il nostro cammino, contro noi stessi e le nostre paure. I conflitti vengono prima e dopo l’amore, l’odio, la forza d’animo, la sconfitta, la resilienza. Si lotta per non lasciare il ventre materno e si continua così per tutta la vita. Si lotta contro l’oppressione e l’oblio.
Per quanto raccapricciante la guerra sia nella realtà, è perversamente vero che è anche uno dei temi preferiti e più affascinanti della narrativa di tutti i tempi, partendo da Omero e finendo con i romanzi storici del contemporaneo Robert Harris, per fare un nome a me caro. Anche i romanzi d’amore, quelli storici e anglofoni, sono spesso ambientati durante i periodi più bui della storia umana da una parte e dall’altra dell’Atlantico – soprattutto le guerre inglesi contro Napoleone da un lato e la Guerra Civile Americana dall’altro. Forse perché è nello scontro estremo che le emozioni umane diventano più forti, sia quelle negative che quelle positive, ed è in queste situazioni che viene fuori l’eccezionalità – perché a essere normali ci stanchiamo un po’ tutti prima o poi e anche solo per un paio d’ore e indirettamente vogliamo sentirci anche noi straordinari.
La guerra, poi, non è neppure solo una questione di bombe e cannoni o di strategie militari. È il conflitto in sé che attrae l’attenzione di noi umani, che ci affascina e ci coinvolge. I libri stessi, la lingua scelta per scriverli, le parole e persino i supporti che si usano per leggerli sono diventati oggetto di faide a colpi di grossi dizionari cartacei e snelli e-reader colmi di migliaia di tomi. Lo scontro intellettuale, a differenza di quello militare, di solito è più produttivo che distruttivo, benché non sempre manchi di vittime. Quanti autori sono stati dimenticati in cassetti polverosi per anni, etichettati come “sensazionalisti” o “commerciali”, per poi essere riscoperti al momento giusto! E, anche se in Italia sembra ancora una cosa difficile, il povero libro digitale riuscirà a farsi amare anche da chi oggi lo disdegna. L’Amazzonia e i miei occhi li amano già.
Al di là di quale sia la forma in cui li ho letti, i libri di cui vi parlerò nei prossimi articoli del 2019 saranno custodi delle memorie di donne e uomini veri e verosimili, delle loro storie d’amore e di guerra, della loro capacità di vincere la paura grazie alla voglia di vivere e di superare il tempo e l’oblio con la loro eccezionale umanità.
Non dimenticate di usare la pagina Contact per segnalarmi errori, consigliarmi letture, commentare il mio blog o il mio romanzo o richiederne una copia per recensioni.

Buon 2019 a tutti!

War and Love

Life is an ongoing war, a fight for survival against the forces of nature, against whoever seems to be an obstacle on our way, against ourselves and our fears. Conflicts come before and after love, hate, fortitude, defeat, resilience. We fight even when we are forced to leave our mother’s womb and go on fighting for the rest of our life. We fight against oppression and oblivion.
No matter how horrifying war is in its reality, it is also perversely true that it has been one of the most fascinating topics in narrative at all times in human history, starting from Homer and then getting to the historical novels by the contemporary Robert Harris, just to name one I love. Even romance novels, the historical English ones, are often set during the darkest periods of history on both sides of the Pond – above all the Napoleonic wars on one side and the American Civil War on the other. Maybe, this is due to the fact that in the most extreme clashes human emotions get stronger, whether they are negative or positive, and it is in these moments that what is really exceptional comes up to light – because we all get tired of being normal at a certain point we want to feel extraordinary, too, though vicariously and only for a few hours.
After all, war is not even just a matter of bombs and cannons or military strategies. It is the conflict itself which attracts our attention and drags us in. Books themselves, the language we choose to write them, the words and even the devices we use to read them are the object of feuds fought with heavy paper dictionaries and slight e-readers full of thousands of volumes. Unlike the military ones, the intellectual clashes are usually more productive and less destructive, even though not always victimless. How many authors have been forgotten in dusty drawers for years, labelled as “sensationalists” or “commercial”, to be then discovered again at the right time! And even if in Italy it still seems very difficult, the poor e-book will one day manage to get those who loathe it today love it to perdition as much as the Amazon forest and my own eyes already do.
No matter in what form I read them, the books I will talk to you about in the next articles of 2019 will be custodians of real or realistic women and men’s memories, of their love and war stories, of their ability to win over fear thanks to their desire to live and to overcome oblivion and time with their exceptional humanity.
Don’t forget to use my Contact page to point out any mistakes, suggest books, comment my articles or whatever else you want to tell me.

Happy 2019 everybody!


#Bookcrush

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

E tu cosa ne pensi? ≈ What about you?

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