Siciliani atipici ≈ Atypical Sicilians

Cosa c’è di eccezionale nell’essere eccezionali? Perché non possiamo essere come tutti gli altri? Lo scrittore e insegnante siracusano Mario Fillioley se lo chiede nel suo La Sicilia è un’isola per modo di dire, un viaggio in 15 tappe su quanto può essere scomodo far parte di un gruppo “etnico” che si crogiola nei suoi stessi stereotipi. L’autore usa l’arma dell’ironia per (cercare di) ristabilire una sua normalità e finisce per creare uno specchio in cui riflettere in positivo la realtà dell’essere diversi.

What is so exceptional in being exceptional? Why can’t we all be alike? The Sicilian writer and teacher Mario Fillioley wonders about it in his “Sicily is an Island Just in Name” (no English translation available), a 15-stop tour in how uncomfortable it is to be part of an “ethnic” group which basks in its own stereotypes. The author uses irony as a weapon to (try and) re-establish his own normality and ends up creating a mirror through which to reflect positively the reality of being different.

Copertina del libro ≈ Book cover
Uno specchio in cui riflettere la realtà dell’essere diversi ≈ A mirror through which to reflect the reality of being different

Il peso della diversità

Voi stari bonu? Lamentati! Non è il titolo di uno dei capitoli del libro, ma l’abitudine a “cuntari lamenti (raccontare piagnistei) – un’antica forma d’arte che le nostre mamme hanno affinato nei secoli – mi è sembrata come una musica di sottofondo che il narratore in questo libro mette su di tanto in tanto, con nonchalance, da siciliano D.O.C.
Forse non è così e lo sforzo erculeo di Mario Fillioley per sradicare dalla mente del lettore (anche e soprattutto di quello conterraneo) certe idee sulla nostra identità non ha niente di lamentoso. Dopotutto, nei libri ognuno può leggere, proprio come in uno specchio, una copia in negativo (o positivo) di sé e quando parlo del peso della mia diversità, come fa il narratore, io di sicuro mi lamento un sacco.
È anche vero che la storia di come ho comprato questo libro, l’ho letto e poi ho persino assistito alla sua presentazione da parte dell’autore, di un’entusiasta dottoranda catanese Barbara Distefano (no, non siamo parenti) e di un altro scrittore siciliano, Giuseppe Rizza, ha giocato un suo ruolo in come ho interpretato il libro in questa recensione più atipica del solito.
Ogni mattina mi alzo esausta, ma pronta ad affrontare tutto. E tutto arriva: risposte negative a CV inviati; cambi improvvisi che mandano all’aria qualsiasi chance di scrivere; l’unico occhio funzionante che decide di non funzionare; e poi la valanga di notizie che procurano la loro dose di preoccupazioni e dolore, che siano a KM zero o provengano dall’altra parte dell’emisfero. Il 16 novembre era un venerdì come un altro, con quella sensazione che montava fino a un grido silenzioso alla fine della giornata: affogo nella realtà, SOS, lanciate un salvagente virtuale!
Di solito i miei salvagenti sono i libri, però quel venerdì avevo un progetto più ambizioso, tenuto segreto soprattutto all’Universo (che mi boicotta ogni volta che può). Qualche settimana prima, infatti, ero riuscita a evadere e avevo finalmente visitato la piccola e accogliente (e indipendente) boutique del libro Vicolo Stretto. Mentre ero lì a ricordare i bei tempi passati con il naso tra gli scaffali delle mie librerie preferite, avevo adocchiato anche questo libro rosso con la trinacria sexy in primo piano e scoperto che qualche domenica dopo l’autore ne avrebbe fatto la presentazione in libreria. Domenica, unico giorno intoccabile dai miei alunni!
Non sapevo ancora nemmeno se il libro mi sarebbe piaciuto, ma mi sono concessa per cinque minuti l’illusione che avrei potuto, proprio grazie a quel tomo che già dal titolo si proponeva una sfida non da poco, sfatare io stessa un mito, ovvero che il rifugio nel mondo letterario sia un sinonimo automatico di “depressione, isolamento, misantropia”. Il mio desiderio viscerale di stare in una stanza con altri lettori e magari dialogare, scambiare pensieri e opinioni con loro e lo scrittore ne era di per sé la confutazione, no?
Di illusione si trattava, almeno all’inizio, perché dati i miei occhi, le luci artificiali sono per me come il sole per un vampiro e, se non ho accanto persone di cui mi fido, muovermi di sera diventa un incubo. Per cui, come sempre, dovevo sperare in una congiunzione di astri benevoli che facessero sì che in quel giorno a quella data ora la rarissima persona X che condivide l’interesse Y con me fosse 1) libera; 2) in possesso di mezzo di locomozione; 3) in salute. Mission (quasi) impossible.
Nonostante le solite difficoltà, avevo conquistato l’accompagnatrice e da quel momento in poi avevo mantenuto il silenzio radio e saccheggiato per tutta la settimana prima preziosi minuti alle faccende di tutti i giorni, come una barbara armata di matita, per leggere questo concentrato di pensieri che si dividevano tra ricordi del terrore sui tempi della scuola, canti omerici lanciati contro turisti invasori e un’ironia pericolosamente dolce come il gelato alla salmonella.
Nel silenzio della necessaria omertà, proprio mentre quel venerdì veniva giù dal cielo l’ira divina e il sabato si presentava altrettanto monsonico, mi risuonava in mente il mantra della mia vita: spera il meglio, preparati al peggio.
Ok, Universo, ho capito, vorresti farmi scoppiare la bolla di libertà letteraria che mi sono concessa per questo fine settimana e tenermi sotto assedio? Ma no, la domenica spunta il sole, anche se io canto vittoria solo quando alle 19.00 poggio borsa e cappotto sulla sedia della libreria: Tiè, Universo!

The burden of diversity

Do you want to fare well? Complain! This is not the title of one of the book’s chapters though our habit of “cuntari lamenti” (whining) – one ancient form of art our mothers have been refining for centuries – felt to me like a soundtrack the narrator turned on here and there, with a certain nonchalance, as only a true Sicilian would.
Maybe it is not like that and the herculean effort Mario Fillioley makes to eradicate certain ideas on our identity from the reader’s mind (above all if a fellow islander) is in no way as whining-like as I felt it. After all, anyone can read a negative (or positive) copy of themselves in each book, just as if they were looking in a mirror, and when I talk about the burden of my diversity, I do certainly complain a lot.
It is also true that the story of how I bought this book, I read it and then I even attended its presentation by the author, the enthusiast Barbara Distefano (no relative of mine, just a fellow citizen) soon-to-be PhD and another Sicilian writer, Giuseppe Rizza, has played an important role in how I have then interpreted the narration in this more-atypical-than-usual review.
Every morning I get up exhausted but ready to face everything. And everything turns up: rejection emails to sent CVs; plans suddenly changed which blow away any chance to write; the only working eye which decides not to work; and then the flood of news which causes a good dose of worrying and pain, whether it comes from the backyard or from the other side of the globe. Friday November 16th was just a day like any other, while the usual feeling graduated into a silent scream at the end of the day: I’m drowning in reality, SOS, launch a virtual lifesaver!
Usually, books are my lifesavers though that Friday I had a more ambitious project, kept secret above all from the Universe (which boycotts me every time it can). As a matter of fact, some weeks before I had been able to escape and I had finally visited the small but charming indie bookshop Vicolo Stretto. While I was there, remembering those wonderful afternoons spent as a teen among the shelves of my favourite shops, my (working) eye had landed on this red book with the (sexy) symbol of Sicily on the front and had found out that some weeks later the author would present it there, on a Sunday. Sunday, the only day which remains untouchable for my pupils!
I was not even sure if I would like the book, but I gave myself leave to be fooled for five minutes and believe that, thanks to that volume which had itself a challenging mission, I would be able to debunk a myth, that is to say that taking refuge in literature is the perfect synonym for “depression, isolation, mysanthropy”. My profound desire to stay in the same room as other readers and maybe have a chat, exchange thoughts and opinions with them and the writer was itself proof that the myth did not exist, right?
At least at the beginning, it was only some elusive hope because for my eyes artificial lights are like the sun for a vampire and, if I do not have someone I completely trust in by my side, moving at night becomes a nightmare. So, as usual, I had to wish in a benign conjunction of stars which ensured that on that day at that exact time the very rare person X who happens to share with me the interest Y was 1) free; 2) in possession of a suitable means of transportation; 3) healthy. Mission (almost) impossible.
Despite the usual troubles, at the end I had indeed conquered a companion and from that moment on I had been on radio silence and all week long I had pillaged like a barbarian armed of pencil those precious minutes from my every day chores to read this concentration of intimate thoughts divided in monstrous memories of school days, Homer’s chants thrown at invading tourists and some kind of irony which was as dangerously sweet as salmonella ice-cream.
During the much needed undercover silence, precisely when on Friday the sky was shaken by one heck of a storm and Saturday threatened to be just as much monsonic, my life’s mantra echoed in my mind: hope for the best, prepare for the worst.
Ok, Universe, I got it, you want to drown even the small intellectual haven of freedom I had found for myself this weekend and keep me under siege? Heck, no: Sunday gets up in a sunny mood, though I only claim victory when at 7 p.m. I put down my bag and coat on the book shop’s chair: One for me, Universe!


Libreria Vicolo Stretto
Sinistra/Left Vicolo Stretto; destra/right Giuseppe Rizza, Mario Fillioley, Barbara Distefano

Atipici e ipercorretti

In Sicilia piove anche in estate?
Sì.
Non andate tutti in giro da costa a costa con il motorino?
No, manco per niente.
Non siete sempre accoglienti con i turisti?
Ni. Gli affittiamo le case al mare, ma non i nostri cuori.
E tra i vostri ruderi polverosi non tenete pronti da esporre top model di fama internazionale?
Che?
Queste sono (più o meno) le risposte che il narratore di La Sicilia è un’isola per modo di dire dà a chi potrebbe sospettare che, dietro le immagini ben costruite da guide turistiche, pubblicità e romanzi dei nostri stessi conterranei, si celi anche qualche pittoresca mezza verità.
Il titolo svela già la prima, ovvero che la grandezza della nostra regione triangolare la rende atipica rispetto all’idea che si ha di solito di un’isola mediterranea. Un coast to coast siciliano non è consigliabile in motorino, insomma, e, anche nelle migliori condizioni di trasporto, ci vogliono dalle due alle tre ore via autostrada per arrivare dall’orientale Catania alla nord-occidentale Palermo – quattro se per caso l’autista del pullman di linea si perde a causa di una deviazione per lavori in corso (storia mia, ma vera!). Google map docet, dice il narratore e conferma poi l’autore in sala, prendendo però come esempio il tragitto persino meno breve e diretto tra il Teatro Greco di Siracusa e la Riserva dello Zingaro, che un quotidiano nazionale ingenuamente consigliava di fare praticamente in piena notte dopo aver assistito a uno spettacolo.
Nonostante noi locali abbiamo ben chiare le risposte a queste e ad altre domande anche più scomode, uno dei punti centrali è che mentre siamo in patria per noi non è facile rinunciare agli stereotipi utili, quelli che attirano turisti e produttori cinematografici, ma una volta fuori e a contatto con gli altri, la consapevolezza di essere visti come una propagazione dell’intera isola, come se fossimo usciti da una specie di stampo genetico, ci induce a cercare in ogni modo di dimostrare che noi siamo siciliani, sì, ma atipici, fuori serie. Diversi dal diverso!
Ma, alla fine, questo libro di Fillioley che cosa è? Parlo di narratore, quindi è un romanzo? Eh, però si sviluppano idee a partire dall’osservazione del reale, quindi è un saggio? Come ha detto la stessa Barbara Distefano nel presentarlo quella domenica sera, la realtà è che non possiamo chiuderlo in un genere solo, anche se io credo di averlo letto, almeno all’inizio, come un’antologia di racconti.
Il ritmo narrativo, anche se discontinuo, c’è. Nonostante le somiglianze, il narratore non è l’autore e, soprattutto, il punto di forza è rappresentato da alcuni personaggi, quelli che in una serie televisiva chiameremmo “guest star” o al massimo “ricorrenti”. Due di loro, che sono nei miei racconti preferiti, li ho battezzati come “ipercorretti”.
L’ipercorrezione è quel fenomeno che si nota in bambini e studenti di una lingua straniera quando cercano di adeguare anche le eccezioni alla norma linguistica osservata o imparata, commettendo così, però, un errore. Normalizzare le eccezioni cattive della sicilianità, cancellare la fama di pigri, ignoranti e dall’accento regionale forte (colpa gravissima) è il compito della famigerata professoressa Sciabarrà – letta per noi quella sera con il giusto accento e ritmo da Giuseppe Rizza; l’incorruttibile zio Vitruvio invece ha un ruolo legislativo e sembra, in effetti, riscrivere certe leggi (in particolare quelle relative alle patenti nautiche e all’urbanistica) seguendo una logica tutto sommato semplice: siccome tutti i siciliani sono considerati corrotti e noi, invece, siamo siciliani onesti, se vogliamo distinguerci l’onestà la dobbiamo raddoppiare, anche a rischio di finire in bilico sul dirupo del (affettuoso) ridicolo.
Protagonista, comunque, rimane il narratore innominato che dal vivo Mario Fillioley sembra rappresentare a meraviglia: a disagio, pieno di crucci su come gli altri lo possono giudicare, schivo di fronte agli entusiasti complimenti. Sarà davvero così? Questo può dirlo solo chi lo conosce davvero, mentre ai lettori rimane un sorriso affettuoso nel lasciare la sala dopo la presentazione.
In me è rimasto anche un senso di gratitudine (un tipo diverso da quella di cui parlavo qui) per avermi permesso di guardarmi due volte allo specchio, prima leggendo e poi ascoltando, e per un libro che è stato, se non proprio una cotta letteraria, almeno un salvagente temporaneo. Per questo, per dirgli grazie, desecreto a suo favore uno dei miei commenti che non ho voluto condividere con lui quella sera, nel caso facesse un giro da queste parti a leggere la mia stranissima recensione.
E se siete arrivati fin qui, allora non posso che ricordarvi del mio primo romanzo pubblicato e del suo protagonista atipico: per saperne di più su Carletto e A chi risponde il Cielo? andate qui.
Buona lettura a tutti!

Atypical and hypercorrect

In Sicily it rains even in summer?
Yep.
And you don’t all go coast to coast on a Vespa?
Nope, not in our darkest dreams.
You’re not all welcoming tourists with open arms?
Sorta. We rent them our summer houses but not our hearts.
And among your dusty ruins you don’t hide internationally famous top-models ready to show off?
What?
These are (more or less) the answers that the narrator of “Sicily is an Island Just in Name” gives to whoever might suspect that the very well designed pictures built by tourist guides, advertisement and our own fellow Sicilian writers, might hide behind them some very picturesque half truth.
The title itself reveals the first, that is to say that the big size of our triangular region makes it atypical in comparison to the idea people usually have of a Mediterranean island. Going coast to coast on a Vespa in Sicily is not something I would advise as, even in the best conditions, it takes at least between two and three hours via motorway to get from Catania in the east to Palermo in the north-west – four in case the daily coach driver gets lost because of road works (my true story!). Google map docet, the narrator says and the author in the room confirms, taking as an example, though, the even less short and less straight ride between the Syracuse Greek Theatre and the Riserva dello Zingaro, which a national newspaper naively suggested to do right after a show, that is to say in the middle of the night.
Though the locals know very well the answers to these questions and to other more uncomfortable ones, it is true that at home it is not easy for us to give up useful stereotypes, those which attract tourists and film producers, but once we are expats – even if this means just a one-hour flight from home – the awareness of being perceived as a propagation of the entire island, as if we were the product of some genetic mould, pushes us to try and prove in any way that we are Sicilian, of course, but atypical ones, out of the mould. Different from being different!
In the end, what is this book by Fillioley anyway? I say “narrator”, so is it a novel? Yes, but there are some thoughts developed from the observation of reality, so is it an essay? As Barbara Distefano herself said presenting the book that Sunday night, in reality we cannot put it in any precise genre though I reckon that, at least at the beginning, I read it as a collection of short stories.
Though it is a bit discontinuous, there is indeed some narrative pace. Despite some similarities, the narrator is not the author and above all, the real strength of it all lies on some characters, those we would call guest stars in a TV series or consider as ”recurring”. Two of them, who are part of my favourite stories, are the characters that I have baptized as “hypercorrect”.
The hypercorrection is the phenomenon noted in children and students of a foreign language when they try to adapt even exceptions to the linguistic norm they have observed or learnt, thus making in fact a mistake. Normalizing Sicilian bad exceptions, erasing our reputation as lazy, ignorant people with a strong local accent (a serious offence) is the main duty of the notorious lady professor Sciabarrà – read for us with the right accent and rhythm by Giuseppe Rizza; on the other side, the incorruptible uncle Vitruvio has more of a law-making role and indeed he seems to be re-writing some rules (above all those relating to boating licenses and building restoration) following some simple logic: because all Sicilians are seen as corrupted and we, instead, are honest, if we want the others to be able to tell the difference, then we must double our honesty, even at the risk of having to face (affectionate) ridicule.
Anyway, the unnamed narrator is still the main voice and live Mario Fillioley looks the part perfectly: uncomfortable, full of worries on how the others might judge him, bashful when others praise him enthusiastically. Is he really like that? This is something only people actually knowing him can say while at the end of the presentation the readers leave with a benevolent smile.
I left also with a sense of gratitude (one type which is different from the ones I talked about here) because he let me look at myself in the mirror twice, first while I was reading and then listening to him. Even if this book was not exactly a literary crush, it was at least a momentary lifesaver. So much so that, to thank him, I here unveil for him one of my comments that I did not share with him that night, in case he bumped into this article to read my very strange review
If you’ve come this far then I am bound to remind you about my own little Italian novel and its atypical protagonist: though you can’t read it in English, you can read about him here.
Have a good read you all!


Atipici02
“Because no matter how neglected all the rest was, one thing was perfectly manicured: the garden. Your father used the villa to discharge all his tensions on plants and trees, the most vulnerable living beings in all creation.”
Il mio commento “creepy”, spaventoso, si riferisce alla somiglianza paurosa tra la sorte della casa-vacanza del narratore e la mia e l’assoluta identicità dei nostri padri! ≈ What I commented as “creepy” is the fact that what the narrator describes happens in the same way in my own holiday house and with my father!

#LeggiRead #PerAspera

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

E tu cosa ne pensi? ≈ What about you?

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