La storia dei troppi “Grazie” ≈ The story of too many “Thank-yous”

Da settimane cerco di scrivere un articolo su un libro che ho letto e alla cui presentazione ho assistito il mese scorso, ma niente, non riesco a finirlo. Oggi ho capito che forse il blocco che mi attanaglia è dovuto semplicemente al fatto che in questo momento c’è altro che voglio dire. E magari se lo scrivo qui, poi ce la faccio a finire quell’altra recensione. Perciò, ecco a voi che mi leggete (forse) la storia di come ho cominciato a dire troppi “Grazie”.

It has been weeks since I started working on an article about a book I read and whose presentation I was at, too, but there is nothing to do, I cannot finish it. Today, I have understood that maybe this writer’s block is simply due to the fact that in this moment I want to say something else. And maybe, if I write it here, then I will be able to finish that other review. So, here is the story about how I started to say “Thank you” one too many times.


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Original Photo by rawpixel on Unsplash

I “grazie” non sono tutti uguali

Oggi è lunedì e, come sempre, esco fuori dal mio molto disciplinato eremitaggio del fine settimana senza social e leggo di tutto e di più su Facebook e Twitter, cose che mi rattristano, cose che mi divertono, cose che mi infastidiscono. Dieci minuti rubati tra un pezzo di routine mattutina e l’altro pezzo di routine pomeridiana, passate sempre qui tra le quattro mura della mia stanza, ben decorate, ma sempre e comunque le stesse del fine settimana e di ogni giorno che lo precede e lo segue.
E devo dire grazie perché almeno per ora queste quattro mura le ho in prestito, mura che non sono mie e mai lo saranno.
Stamattina, durante le solite pulizie del lunedì, anche loro tra le tante cose della vita che faccio “solo perché [non] le voglio fare”, prima di leggere i social, mi girava in testa la storia dei “grazie”.
Eccolo là il primo di tanti, quello per le mura in prestito, ma che grazie è? Pensate che i grazie siano tutti uguali? Io ho imparato che non è così.
I primi trent’anni della mia vita li ho passati tra i negozi di famiglia e, in particolare, in quello di mio padre. A circa 11 anni ho cominciato anche a lavorarci, in estate, nelle vacanze di Natale e poi, da più grande, in maniera più stabile, alternando questo alle altre mille attività che cercavo di portare avanti mentre aspettavo di fare finalmente quello che sognavo, scrivere e tradurre.
In negozio le cose andavano così: dopo una trattativa più o meno lunga e quattro chiacchiere, alla fine si porgeva la busta, il pacchetto, il resto – se si era alla cassa – e al “Grazie” della signora (o più raramente del signore) si rispondeva con “Grazie a lei”. Era un grazie della necessità, un grazie vero, non dubitatene, perché quello scambio produceva un guadagno necessario. Quando chiudevamo la saracinesca e andavamo a comprare il pane in via Ventimiglia, che stava sulla strada per risalire a casa, con mio padre posteggiato in seconda fila, i soldi usati erano quelli della signora di prima. Tutto nasceva da un bisogno reciproco: “Grazie a lei” perché con le mutande di lana suo marito starà al caldo e nel frattempo noi possiamo permetterci di mangiare, pagare le bollette e l’università.
Forse per colpa di questo, però, il “Grazie a lei” è diventato per me una reazione automatica, tanto che a volte mi capita ancora oggi di tirarlo fuori in situazioni in cui non ha alcun senso dirlo, per poi sperare subito che l’altra persona non l’abbia sentito. Altre volte, invece, sono convinta di dirlo nel modo giusto, per poi rendermi conto che non è così: come all’esame di letteratura inglese all’università, quando al mio grazie per un trenta e lode la professoressa replicò subito: “Signorina, deve ringraziare se stessa, non me”.

“Thank-yous” are different

Today it’s Monday and, as usual, I come out from my very disciplined weekend hermitage spent offline and I read the myriad of things on Facebook and Twitter that sadden me, amuse me or rather annoy me a lot. Ten minutes I steal between my morning routine and the other half of the day, that I spend always in the same place, inside the four walls of my bedroom, four very nicely decorated walls, but still the same I’ve seen all weekend long and every day before and after that.
And I must say thanks because at least for now I have these four walls as a loan, walls which don’t belong to me, nor will ever.
This morning, during the usual Monday cleaning, one of those things in my life which I do “only because I [don’t] want to”, before going online, I had these “thank-yous” wandering about in my mind.
Here it is the first of many, the one for the loaned walls, but what kind of “thanks” is that? Do you think they’re all the same? I have learnt that it’s not like that.
I spent the first thirty years of my life going around my family’s shops and my father’s in particular. When I was about eleven I even started working there, in summer, during Christmas holidays and then, as an adult, on a more regular basis, alternating this job with the many others I have done waiting to finally do what I dreamt of, writing and translating.
At the shop the story played like this: after some more or less long negotiation and a nice chat, at the end you gave a bag, a package, the change – if you were at the register – and answered to the lady’s (more rarely the sir’s) “Thank you” with a “Thanks to you”. It was a thank-you out of necessity, a real one all the same, don’t doubt it, because that exchange produced much needed earnings. When we closed the shop door and went to buy our bread in via Ventimiglia, which was on the way to go back home, with my father parked in the middle of the street, the money used was the same the lady had given us before. Everything started from some mutual need: “Thanks to you” because with those long briefs your husband will stay warm and at the same time we can get ourselves food, pay the bills and go to university.
Maybe it’s even because of this, but the “Thanks to you” has become an automatic reaction for me, so much so that sometimes even now I find myself saying it in situations which don’t require it at all, while I immediately hope the other has not heard it. Other times, instead, I think I’m using it correctly only to discover that it’s not the case: like it happened at the university exam of English literature when after I said thank you for having got the highest mark, my professor immediately replied: “Miss D., you have to thank yourself, not me”.


Il grazie del servo

L’automatismo della gratitudine instillato in me negli anni di lavoro in negozio, perciò, non è solo verbale, è anche mentale ed emotivo. Ovvero, sarà stata l’abitudine a dire tutti quei “grazie” di necessità, sarà stata la situazione in cui mi trovo dalla nascita, ad aver sempre avuto bisogno senza mai poter far finta di no, ma la realtà è che alla fine io ho cominciato a dire “grazie” anche quando la mia gratitudine non era per niente giustificata e tanto meno meritata.
Ci sono tanti “grazie” a cui ripenso oggi che mi rendono furiosa, che vorrei poter rimangiarmi, che mi rifiuto di continuare a dire e agire. Sì, perché la gratitudine non è solo fatta di parole, bensì anche di azioni. E quante ne ho fatte io per ripagare debiti di gratitudine che sembravano non avere mai una scadenza, come i mutui per mandare avanti i nostri negozi!
Quando nasci come me, quando il difetto fisico che rende la tua vita quotidiana difficile e te diversa dagli altri, abbastanza perché ti ridano dietro e ti si rifiuti un lavoro, ma non abbastanza per ricevere la disabilità ufficiale, per avere diritti, allora ti abitui alla normalità del grazie servile. Dici grazie in anticipo e non è solo per educazione, è per timore. Lo dici per ingraziarti, letteralmente, l’interlocutore che può dirti no e lo fa spesso; che considera la tua necessità al meglio un’inezia, al peggio un capriccio; che può farti sentire il peso del proprio atto eroico per il resto della tua vita.
Mi è capitato di chiedere per favore un bicchiere di acqua perché stavo morendo di sete e di dire grazie tre volte. La prima perché mi avevano ascoltato. La seconda perché mi avevano porto un bicchiere. La terza anche se era vuoto e tale era rimasto, in caso la prossima volta fossero stati così buoni da riempirlo.
In questa povera metafora c’è tutto quello che non posso scrivere ad alta voce.

The servant’s thank-you

The automatic gratitude rooted in me by the years spent working at the shop is thus not just verbal, it’s also mental and emotional. That is to say, maybe it’s because of the habit of saying all those “thanks” out of necessity, maybe it’s because of my congenital physical problem which made me always in need and unable to pretend otherwise, but truth is I have started saying “thank you” even when my gratitude was not justified and even less deserved.
There are so many “thanks” I think about today which make me furious, which I would like to take back, which I refuse to keep on saying or acting on. Yes, because gratitude is not just made of words, but instead it’s also the engine of actions. And how many I carried on to repay debts of gratitude which seemed to have no expiry, like the loans taken from the bank to keep our shops open.
When you are born like me, with a physical imperfection which makes your daily life difficult and you different from the others, enough for them to laugh at you and not be allowed to do some jobs, but not enough to get an official disability status, to get legal rights, then you get used to feel servile thank-yous as normal. You say thanks beforehand and not just out of politeness, it’s fear. You say it to literally gain favour with your interlocutor who can say no and often does; who considers your needs a trifle at best, a whim at worst; who can make you feel the burden of their heroic action for the rest of your life.
Sometimes I have asked, pretty please, for a glass of water because I was dying of thirst and I have said thanks three times. The first because they listened. The second because they handed me a glass. The third even if it was empty and so it remained, but just in case next time they would be so kind to fill it.
In this miserable metaphor there is all that I can’t write aloud.


Grazie a me stessa

La replica della mia professoressa quel giorno è stata la cosa più bella che mi abbia insegnato: ringrazi se stessa. Io sono una fan dei grazie. Come avete capito li dico sempre, anche quando non servono, anche quando non sono meritati, anche se poi mi infurio. Per tanti anni, però, non ho mai detto grazie a me stessa. Oggi lo faccio con la stessa costanza con cui ringrazio chi mi accompagna in macchina senza farmi pesare il tempo speso per me o mi risponde al telefono dicendomi “Ciao bella, cosa posso fare per te?” (e tu sai chi sei!). Mi ringrazio per non aver mai mollato; mi ringrazio per il tempo e il denaro che investo nei miei sogni; mi ringrazio per non cedere alla tentazione di diventare cinica e cattiva (anche se un po’ di cattiveria ogni tanto me la concedo).
Come ogni altra cosa, i grazie non sono tutti uguali e vanno dosati, per il proprio bene e anche per quello degli altri… ma grazie a chi mi legge, sempre!

Thanks to myself

My professor’s reply that day was the best thing she ever taught me: thank yourself. I am a great supporter of thank-yous. As you might have understood, I always say them, even when they’re not needed, even when they’re not deserved, even though then I get angry. For many years, though, I never thanked myself. Today I do it with the same constancy I thank someone who drives me somewhere without making me feel guilty for the time they spent for me or answers the phone telling me “Hi love, what can I do for you?” (and you know who you are!). I thank myself for never giving up for good; I thank myself for the time and money I invest in my dreams; I thank myself for not yielding to the temptation of becoming cynical and nasty (though sometimes I let myself be a bit mean).
Like anything else, thank-yous are not all the same and they must be used carefully for our own and others’ good… but thanks to those who read me, always!


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Picture by ArtsyBee on Pixabay

#PerAspera

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

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