Verga & Casella: Vinti e vincitori ≈ Between South and Down Under

Due dei miei autori preferiti sono siciliani e scrivono di Sicilia. Uno è nato nel 1840 a Catania; l’altro, più di un secolo dopo, nel 1944, a San Fratello (ME). Il primo ha viaggiato tutta la vita tra Sicilia, Firenze e Milano, raccontando di barche siciliane sperdute tra le onde del mare e della modernità, e ha scelto poi di trascorrere i suoi ultimi anni “a casa”; il secondo su una barca ci si è ritrovato a quindici anni, una enorme che trasportava emigrati in Australia, là dove oggi vive e scrive della propria cultura variegata, metà siciliano e metà australiano, ma soprattutto umano per intero!

Two of my favourite authors are Sicilian and write about Sicily. One was born in Catania in 1840; the other in San Fratello (ME) in 1944. The first travelled through Italy going North, sharing the stories of poor Sicilian boats struggling against the sea and the new world, and then chose to spend his last years at “home”; when he was fifteen the second found himself on a boat, a big one full of emigrants headed towards Australia where he still lives today and where he writes about his varied background, half-Sicilian and half-Australian but above all things fully human!


Verga & Casella - Copertine ≈ Covers

Galeotto fu…

Anche se entrambi lo ignoravano, questi due scrittori hanno duellato per vincere il mio favore, entrambi in gara per la tesi di magistrale che ho portato a termine nel 2014. Se ci penso ora, avrei potuto salvarli entrambi, eppure la partita Casella vs. Verga è finita 1-0, autore vivo batte scrittore deceduto. Cose che capitano! Ma perché è capitato?
Il mio amore incondizionato e totale per Giovanni Verga ha radici profonde. Ero in prima media quando ho letto un brano de I Malavoglia: una ragazza, Mena, sta seduta da sola sul ballatoio ad ammirare le stelle, “le anime del Purgatorio che se ne vanno in Paradiso”, mentre aspetta che il nonno torni per cena. A un tratto sente provenire dalla casa vicina la voce di Alfio Mosca e comincia con lui una conversazione fatta di poche parole e tanti significati, di intrusioni di vicine pettegole e soprattutto della poesia di un quadro d’estate siciliana. Sulle ineluttabili solitudini di Mena e Alfio e sui faraglioni di Acitrezza le stelle ammiccano più forte, mentre il mare – amaro – russa, accompagnato dal rumore dei carri che passano traballanti per le strade. Mena li ascolta e pensa al mondo che là, fuori dal cortile della Casa del Nespolo, è infinito e così inizia la nostra eterna amicizia.

The matchmaker

Totally unbeknownst to both of them, these two writers duelled to win my favour, both competing to be the object of my university thesis, which I completed in 2014. Thinking back, I could have probably saved both, yet the match Casella vs. Verga ended 1-0, living author defeats deceased writer. It happens! Why did it happen, though?
My unconditional and absolute love for Giovanni Verga dates back decades. I was not older than ten when I read a piece of the House by the Medlar Tree: a young girl, Mena, is sitting all alone looking at the stars, “souls from the Purgatory, on their way to Paradise”, waiting for her granddad to come back. Suddenly a voice comes from a neighbouring house. It is Alfio Mosca and she starts a conversation with him made of few words and many meanings, the intrusion of nosy neighbours and above all the poetry of a Sicilian summer picture. On Mena’s and Alfio’s doomed solitudes and on Acitrezza’s searocks the stars wink harder, while the treacherous sea snores along the noise of carts passing by on the cobbled streets. Mena listens to them and thinks about the world which is infinite outside the Medlar Tree House’s courtyard and thus starts our eternal friendship.


Faraglioni, Acitrezza

Galeotta perciò fu l’antologia di brani adottata alle scuole medie (che mi fece conoscere tanti altri scrittori che oggi popolano le mie librerie e la mia fantasia). Prima delle sue parole scritte, invece, di Antonio Casella ho conosciuto quelle dette, grazie a un incontro organizzato dalla mia professoressa di letteratura inglese, Gemma Persico, poi mia relatrice di tesi. Emigrato non proprio di sua volontà e ignorando la lingua inglese, una volta approdato in territorio tutt’altro che amichevole, Antonio capisce che la vita nel nuovissimo continente non sarà facile. In classe si sente come “una mosca sulla parete”, osservatore inosservato – che è una buona posizione per uno scrittore, un po’ meno per un adolescente nell’Australia degli anni ’50, che guardava agli europei del sud in generale con occhio malevolo. Antonio lascia la scuola e comincia a lavorare, staccandosi però dalla comunità siciliana. Impara l’inglese nelle miniere e nei cantieri, poi torna alla scuola serale, si laurea – nei begli anni della politica laburista di Whitlam – e diventa insegnante e scrittore. Nella sua narrativa fa una scelta che non molti dei suoi colleghi – gli autori spesso riuniti sotto l’etichetta “letteratura d’immigrazione” – ha mai fatto fino ad allora (è il 1980) e cioè scrive in inglese, quella lingua che per lui era una barriera e che, forse anche per sfida, adesso è diventata il mezzo con cui comunica il proprio punto di vista, quello dell’alieno che alieno non è.
Quando lo sento parlare la prima volta è il giorno del mio trentacinquesimo compleanno, ho già chiesto la tesi a un altro professore – doveva essere una comparazione delle traduzioni dei Malavoglia in inglese e di North and South di Elizabeth Gaskell in italiano – e come sempre nella mia vita prendo una decisione che sembra avventata e che poi però non ho mai rimpianto: leggo tutto quello che Casella ha scritto, dall’ultimo romanzo del 2013, An Olive Branch for Sante alla sua tesi di dottorato sulla diaspora italiana in Australia e cambio tesi e relatrice, guadagnandoci non solo in termini accademici ma anche umani, perché l’amicizia con Antonio è ancora oggi viva, così come la mia stima per lui e i suoi scritti.

The anthology we used at school was then our matchmaker (which also made me fall in love with other writers still living on my bookshelves and in my mind). Before I appreciated Antonio Casella’s written words, though, I was struck by the ones he spoke during a meeting organised by my English literature professor at university, Ms. Persico, then my tutor for the thesis. Once he leaves Sicily – not of his own will and ignoring the English language – and he lands in a not-so-friendly territory, Antonio understands that life in the newest world is not going to be easy. When in class he feels like “a fly on the wall”, an unseen observer – something strategically excellent for a writer, not so much for a teen-ager in 1950s’ Australia which generally did not have much regard for southern Europeans. Antonio leaves the school and starts working on his own, away from the comfort of the Sicilian community. He learns English in the mines and on building sites, then he goes back to school in the evenings and – during the roaring years of Whitlam’s labourist government – he becomes a teacher and a writer. In his writing he makes a choice not many of his colleagues – very often labelled as niche “ethnic” writers – has made until then (it is 1980) and uses English, that language which was a barrier to him and, maybe a bit as a challenge, has now become the means through which he speaks his mind from the point of view of an alien who is not that much of an alien after all.
When I hear him speak for the first time it is my thirty-fifth birthday and I have already proposed my topic for the thesis to another professor – it should have been a comparison between the translation of Malavoglia in English and of North and South by Elizabeth Gaskell in Italian – and as it always goes with my life I decide something which is apparently rash but which I have never regretted: I read everything Casella has written, from his 2013 novel, An Olive Branch for Sante to his research on the Italian diaspora to Australia, and I change my thesis topic and my tutor. It is win-win, both academically and for my own life as friendship with this amazing writer is still alive and well like my respect for him and his work.


Rimanere o partire?

In questi mesi la questione della migrazione è tornata con forza sugli schermi di ogni tipo e con toni estremi da un lato e dall’altro. Qualcuno sembra essere sempre sorpreso dal fatto che gli esseri umani si spostino; oppure sembra avere un’idea ben precisa di come, quando e perché questi spostamenti debbano avvenire. Gli scrittori, di solito, assorbono tutto quello che li attornia, quello che vivono loro in prima persona, quello che sentono, con le orecchie e con il cuore, e poi lo trasformano in un “mondo possibile”. A volte è un mondo migliore, a volte peggiore, altre è un frammento che potrebbe ben incastrarsi nella realtà di tutti i giorni. Anche se in modi diversi, i mondi creati da Verga e Casella parlano anche di spostamenti. Parlano di molto altro e, infatti, non si esaurisce in questo articolo quello che ho da dire su di loro – su Mena in particolare. Lei però è uno dei personaggi che nel romanzo di Verga rimane ferma nella cartolina oggi ormai ingiallita di una Sicilia che non esiste più (forse). Qui mi preme di più parlare dei personaggi che si muovono, che partono, che abbandonano la casa natale, per motivi diversi e con risultati altrettanto vari, ma incontrando tutti la stessa grande difficoltà: la paura, propria e altrui.
Cercherò di non spoilerare troppo, perché vale la pena leggere I Malavoglia nel 2018 più che mai e non solo a scuola, ma almeno della storia di ‘Ntoni qualcosa devo rivelarla. È il maggiore della terza generazione, la testa calda che prima deve partire soldato e poi deve scappare per un guaio con la legge. Spezza il cuore alle giovincelle del paese, nonché alla madre vedova e al nonno. Ha rifiutato i valori tradizionali – con il buono e il cattivo che questi si portavano dietro – e ne pagherà le conseguenze, comprendendo ciò che ha perduto quando è troppo tardi. ‘Ntoni guarda un’ultima volta il paese nero e il mare che brontola, prima che l’alba si trasformi in giorno e i vicini si sveglino, consapevole che ad Acitrezza non potrà più tornare, che il buono che rimane della sua famiglia è ancora radicato accanto all’albero di nespole, ma lui non ne fa più parte. Chi è rimasto attaccato alla tradizione si è salvato (anche se Mena oggi avrebbe qualcosa da ridire, secondo me); chi se ne è allontanato, fisicamente e moralmente, è destinato a vagare il mondo senza più radici, un destino che per l’occhio popolare (ricordiamoci che Verga usava il narratore corale) era peggiore di qualsiasi altro.
Il punto di vista è quello di uno scrittore di un altro secolo, ma i sentimenti descritti e quelli che suscita nel lettore non sono così dissimili. La nostalgia per la patria non è un tema sconosciuto a scrittori come Casella, né a chi per volontà propria o altrui deve lasciare tutto dietro di sé. Potremmo dire, però, che il Sante, protagonista del suo terzo romanzo è uno ‘Ntoni che invece di fuggire dalla Sicilia, decide di andare via trascinato da una speranza di vita (sua e del ricco Clem Franzetti); che invece di perdere se stesso e i valori da cui proviene, ne conserva in valigia la parte buona – il potere salvifico dell’ulivo – e la porta con sé, cercando un mondo nuovo. È un Malavoglia che si è rifiutato di essere vinto e ha deciso di vincere, se vogliamo, anche di fronte al razzismo spietato e a rivelazioni sorprendenti. E non è solo in tutto questo: la sua controparte, Sarah Jane, di poco più grande di lui, fa il viaggio inverso dall’Australia alla Sicilia, trovando risposte a domande che non sapeva di dover fare.
Le opere di Casella vanno un po’ tutte avanti e indietro dalla Sicilia all’Australia in una gincana che cerca di evitare gli stereotipi divisivi e mescola invece le due realtà facendole convivere in personaggi complessi e accattivanti. Le scene che amo di più di An Olive Branch for Sante, per esempio, fanno parte della storia della madre di Sante, Sara, cresciuta in Australia e poi tornata in Sicilia a crescere il figlio per ragioni misteriose. A scuola trova un ambiente ostile ai “wog”, (termine spregiativo usato per indicare i meridionali). La sua unica amica, Sheryl (non a caso la madre di Sarah Jane), riesce a conquistarla con un’arma segreta: il cibo. Sara offre all’australiana fichi d’India, olive, pomodori e qualsiasi altra cosa contenga la sua lunch box, non più solo strumenti di nutrimento fisico, ma martelli che abbattono i muri.

Should I stay or should I go?

In the last months, the issue of migration has come back with a vengeance on every type of screen and on high tones. There is always someone who seems surprised by the fact that human beings move; otherwise, they have their own detailed opinion on exactly how, when and why the moving should take place. Writers usually soak in all that happens around them, all that they themselves live as human beings, all that they hear and feel in their hearts, transforming it afterwards in “potential realities”. Sometimes their worlds are better than ours, sometimes they are worse and others yet they represent a fragment of our everyday life. Even if they have done it in different ways, these two authors’ worlds show even the moving. They show a lot more and, in fact, I will not exhaust all that I have to say about them in this article – particularly on Mena. However, she is one of those Verga’s characters who stand still in the faded postcard of some Sicily that does not exist anymore (or so one would hope at least). Here, I am more interested about the characters who move, who leave, who abandon their homes, for different reasons and with varied results but still all having to face the same big hardship: fear, their own and the others’.
I will try not to spoil too much, because The House by the Medlar Tree is a novel worth reading in 2018 more than ever; anyway I will have to reveal something about ‘Ntoni. He is the eldest of this family’s third generation, a hothead who first has to leave for the military service for the new kingdom and then must flee because of some troubles with the law. He breaks the heart of many women in the village, including his own widowed mother, and of his old grandpa. He has refused the traditional values – good and bad ones alike – and the price of this is losing all. ‘Ntoni looks for the last time at the dark village and the rumbling sea, before dawn turns into day and the neighbours wake up, aware that Acitrezza will never be his home again, that what is good in his family has remained there in the house by the medlar tree and he is not part of that picture anymore. Those who stayed true to the tradition were saved (though Mena would have her say on her own fate today, I guess); those who walked out, physically and morally, instead are destined to wander the world without roots, doomed in the eyes of the villagers (we should not forget Verga uses a “chorus-like” narrator) who could not think of anything worse.
This is the point of view of a writer from another century though the feelings he describes and arouse in readers are not that different. The nostalgia for one’s homeland is not unknown to writers like Casella, nor to those who have to leave all behind, whether they want it or not. Yet, we could say that Sante, main character in his third novel, is some ‘Ntoni who instead of fleeing Sicily chooses to leave, drawn by the hope of life (his own and rich Clem Franzetti’s); who instead of losing himself and the values of his homeland, packs the best part of them – the saving power of the olive – to bring along in search of a new world. We could dare say he is one Malavoglia who has refused to be defeated and has decided to win even in front of heartless racism and surprising revelations. He is not alone in all this: his Australian alter ego, Sarah Jane, only a little older than him, undertakes the journey the other way round, from Australia to Sicily, finding answers to questions she needed to ask though she was not fully aware of it.
Casella’s works all go back and forward from Sicily to Australia weaving in and out on the way to avoid divisive stereotypes and mixing instead the two worlds in complex and engaging characters in which both coexist. The scenes I love most in An Olive Branch for Sante, for example, are part of Sante’s mother’s, Sara, story, a girl who grows up in Australia and then comes back to Sicily to raise her child for mysterious reasons. When at school she finds an environment hostile towards “wogs” (an offensive term used to name southerners). There is one secret weapon, though, which helps her gain her only friend, Sheryl (also Sarah Jane’s mother): food. Sara offers her Australian friend prickly pears, olives, tomatoes and anything in her lunch box, not just nutrients anymore but also hammers taking down walls.


Fichi d'India ≈ Prickly pears

Lo racconta Giovanni Verga che chi lascia il proprio paese, pur di propria volontà, non sente meno nostalgia della gente o delle usanze – abbracci e profumi non passano ancora attraverso gli schermi di qualsiasi tipo. Casella ci ricorda che nell’immaginario della terra di approdo i siciliani erano piccoletti e scuri e pericolosi, pur essendo quei “Malavoglia” che di voglia di lavorare ne avevano tanta, ma a casa erano inghiottiti da un mare “amaro” che lasciava solo sale e disperazione a riva. Allo stesso tempo, ci ricorda che nelle giuste condizioni si può essere insieme immigrati e nuovi cittadini, che si può arricchire tanto la terra da cui si proviene che quella in cui finisce a vivere.

Giovanni Verga shows how hard it is for those who leave their home, though willingly, and how nostalgia sets it as they miss their own family and their customs – hugs and perfumes still cannot come out of a screen. Casella reminds us that in the Australian’s imagination Sicilians were short and dark and dangerous, though they belonged to that kind of “Malavoglia” who wanted to work a lot but back home were swallowed up by a “bitter” sea which only left salt and tears behind. Moreover, he reminds us that in the right context one can be an immigrant and a new citizen at the same time, thus enriching both the country they come from and the one they have ended up living in.


Edizioni e traduzioni

Giovanni Verga, I Malavoglia
L’edizione che ho letto un centinaio di volte è della Feltrinelli a cura di Enrico Ghidetti e ha l’introduzione di Edoardo Sanguineti, secondo me essenziale. Se non riuscite a trovarla online, chiedete a un libraio di fiducia!

Editions and translations

Giovanni Verga, I Malavoglia or The House by the Medlar Tree
The edition I own and have read a hundred times is edited by Enrico Ghidetti and has an introduction by Edoardo Sanguineti, but you can find many other Italian versions online.


Feltrinelli online; Amazon; IBS

Il capolavoro di Verga è stato tradotto diverse volte in inglese anche se non tutte queste edizioni sono ancora disponibili. La prima traduzione in assoluto è del 1890 a opera dell’americana Mary A. Craig, meritevole nello sforzo anche se il risultato non è eccellente. Non esiste, invece, alcuna traduzione a nome di D.H. Lawrence, famoso per aver diffuso nel mondo anglofono altre opere di Verga come il Mastro Don Gesualdo (che pare tradusse durante un soggiorno proprio a Casa Cuseni, di cui vi ho parlato qui. La versione in inglese più recente che ho trovato è quella di Judith Landry, commissionata nel 1985 da Eric Lane della Dedalus – leggete prima la sua post-fazione se non siete ancora convinti di voler leggere questo romanzo e sono certa che cambierete idea. Landry è riuscita nell’ardua impresa di non perdere il carattere popolare del romanzo e il suo linguaggio idiomatico (fate un confronto tra i modi di dire di Padron ‘Ntoni nelle due lingue e capirete di cosa parlo).

Verga’s masterpiece has been translated in English various times even if not all of these are still available today. The first translation ever was the work of American translator Mary A. Craig in 1890, a dedicated effort which alas had not an excellent result. D.H. Lawrence, instead, one of Verga’s most famous translators who worked on Mastro Don Gesualdo (apparently translated during a trip to Taormina, where he stayed at Casa Cuseni, the place I talk about here.) and other short stories, never came around to translating the Malavoglia. The most recent translation into English I have found is the one by Judith Landry, which Eric Lane published in 1985 for Dedalus – read his afterword for the 2008 edition if you still have any hesitation to read the novel. Landry was able to maintain the popular narrator and its idiomatic language (just compare the sayings which are typical of Padron ‘Ntoni’s speaking in the two languages to understand what I mean).


Amazon

Antonio Casella, An Olive Branch for Sante

An Olive Branch for Sante purtroppo non esiste (ancora) in italiano, e così gli altri due romanzi di Casella, Southfalia (1980) e The Sensualist (1992); il secondo purtroppo è difficile da trovare, ma sappiate che ne esiste una versione non pubblicata in italiano, tradotta dallo stesso Casella e revisionata dalla sottoscritta (e di cui certo vi parlerò nei prossimi mesi).

We do not have a translation into Italian for An Olive Branch for Sante (yet) and so it is for Casella’s other two novels, Southfalia (1980) and The Sensualist (1992); this latter is even difficult to find in English but be aware that an Italian translation exists, made by Casella himself and revised by me (something I will talk about in the next months, of course).


An Olive Branch for Sante
Southfalia

Per proseguire questo mini viaggio nella cultura siciliana in cui mi sono immersa questa estate, seguitemi usando la pagina Contact e leggete i due articoli che seguono, una galleria di immagini del mio giro turistico di Catania e provincia e una selezione di letture dal sapore mediterraneo di tre Fimmini da leggere.

To follow the small tour of Sicilian culture I have been doing this summer, use the page Contact and read my next two articles, a gallery of pictures from my touristic tour of Catania and its surrounding villages and a review of books written by some marvellous Sicilian women to read.


#Bookcrush

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

4 Comments Lascia un commento

  1. Dear Rosaria,
    Thank you for this affectionate homage to my book. To be written about in the same article as Giovanni Verga is for me the highest of compliments. Like you I fell in love with, I Malavoglia, when I was a young student at Villa San Saverio in Catania, before my parents decided to migrate to Australia which led me to learn the English language. I Malavoglia was one of the instrumental texts that inspired me to want to write, to create very human characters, to eulogize the Sicily of our common ancestors. It is in my earlier work, The Sensualist, that I’ve tried to delve in the mysterious and bucolic world of rural Sicily of my grandparents. But, as you so well describe, the main characters in , An Olive Branch for Sante, represent a bridge between Sicily and Australia; history and the present.
    Thank you for taking time to do this, and with such passion. I am one lucky writer. Congratulations on your forthcoming publication of, A chi Risponde il Cielo. I will read it again with great pleasure.

    • Thanks to you Antonio! This summer has been very peculiar. I am afraid we will remember it somehow. I wanted my memories to include good things too and reading you, I Malavoglia and other splendid things written by other Sicilians has been a relief! Vorrei solo che gli italiani potessero godere della lettura dei tuoi libri anche nella loro lingua!

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