Traduzioni spaventose ≈ Scary translations

13 traduttrici + 13 racconti da paura + 2 curatrici di eccezione + 1 tecnico impareggiabile + 7 mesi di duro lavoro = le 500 pagine di “Le traduzioni della Bottega”. Questa antologia contiene anche la mia prima conquista dell’anno: la versione italiana di “The Moth” di H.G. Wells da me tradotta e firmata – e di cui mi prendo tutta la responsabilità! Ecco come è successo…

13 translators + 13 ghost stories + 2 excellent editors + 1 incomparable computer guy + 7 months of hard work = a 500-page anthology by the title of “Le traduzioni della Bottega”, containing the first achievement of my year, the Italian version of “The Moth” by H.G. Wells which I translated and undersigned – and for which I plead guilty! Here is all about how this happened…


Copertina/Cover “Le traduzioni della Bottega

Chi, cosa, dove?

“Le traduzioni della Bottega”, che potete acquistare attraverso il sito di STL e il cui ricavato sarà interamente devoluto a Translators without Borders, raccoglie le traduzioni con testo a fronte di racconti scritti tra fine Ottocento e inizi del Novecento da autrici e autori britannici e americani. Le traduttrici sono tutte, come me, allieve del corso di STL “La bottega del traduttore”, organizzato da Sabrina Tursi e tenuto da Barbara Ronca, e prima di raccontarvi il mio viaggio fin qui, ci tengo a menzionarle una per una, insieme ai titoli assegnatici e ai link a cui potete trovarle – anche perché guardare il mio nome in mezzo al loro mi riempie sempre di gioia:

Who, what, where?

“Le traduzioni della Bottega”, that you can buy on STL’s website – money raised for it will be entirely donated to Translators without Borders – includes parallel texts for various short stories written between the end of the 19th century and the beginning of the 20th by authors from UK and the USA. The ladies translators are all, like me, students of STL’s course “The translator’s workshop” organised by Sabrina Tursi and held by Barbara Ronca. So, before telling you about my adventure, I’m very proud to remember them here, along with the titles of our translated stories and a link to where to find them, as seeing my name among theirs thrills me to no end:


Loretta Solaroli (The Affair at Grover Station / L’affare di Grover Station, Willa Sibert Cather)
Flora Iacoponi (In the Tube / In metropolitana, E. F. Benson)
Roberta Aresu (In the Vault / Nella cripta, H. P. Lovecraft)
Simonetta Parlato (Let Loose / In libertà, Mary Cholmondeley)
Giorgia Magris (Miss Mary Pask, Edith Wharton)
Consuelo Cannuscio (The Monkey’s Paw / La zampa di scimmia, W. W. Jacobs)
Paola Apuzzo (Not to Be Taken at Bed-time / Controindicato in caso di insonnia, Rosa Mulholland)
Francesca Felici ( Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad / Fischia, e verrò da te, ragazzo mio, M.R. James)
Marta Genovesi (The Vacant Lot / Il lotto vuoto, Mary E. Wilkins Freeman)
Floriana Fascritti (The Eyes / Gli occhi, Edith Wharton)
Silvia Ghiara (The Mezzotint / La mezzatinta, M. R. James)
Rosaria M. Distefano (The Moth / La falena, H. G. Wells)
Elena Fantuzzi (The Upper Berth / La cuccetta superiore, Marion Crawford)

Il foglio nero

Come ogni bella storia che si rispetti, anche quella di come sono arrivata, già quarantenne, a pubblicare per la prima volta la traduzione di un racconto ha radici profonde. Credo, però, che per ora sia meglio lasciare il resoconto di come ho capito di voler diventare una traduttrice editoriale e degli ostacoli sul mio cammino a giorni meno afosi. Per ora parto da un passato più recente, ovvero dalla sera in cui ho deciso di riscommettere su quel sogno messo di lato per tanti anni, sempre però in bella vista, quella sera che mi sono iscritta a un corso online trovato sul gruppo Facebook della mia facoltà e proposto da STL.
Corsi online di traduzione? Non sarà una truffa?, mi sono detta quella sera dell’uno maggio 2015. Eccomi lì, laureata finalmente in lingue da quasi un anno, dopo esser tornata all’università già venticinquenne e con qualche esperienza sulle spalle; eccomi a cercare lavori che non esistono per una super-miope senza macchina che ha già passato la trentina; eccomi a fare tutto quello che riesco, lezioni private comprese, per non pesare troppo sui miei; eccomi a chiedermi: cosa posso fare per me? Ho messo di lato i timori e mi sono lanciata, trovando dall’altra parte Sabrina e la sua squadra di professionisti che mi hanno permesso di capire cosa succede davvero nel mondo della traduzione e mi hanno accompagnata fino a questa piccola vittoria. Più di ogni altra cosa, mi hanno aiutato a ricordare il motivo per cui il mio sogno vive ancora, nonostante tutto: lo sbalordimento, l’eccitazione, l’amore che provo ogni volta che ho davanti un foglio nero.
Eh, tutti conoscono la paura del foglio bianco, no? Quando si deve scrivere il tema a scuola e le parole non vengono, per esempio. O quando si ha in testa la trama perfetta, personaggi che sembrano vivi e dialoghi da premio, ma tutto sparisce davanti al video illuminato con il cursore che lampeggia beffardo. Solo un traduttore – anzi una traduttrice, però, sa cos’è la paura del foglio nero, quella cosa che le spunta davanti quando si mette a lavorare, che sia per una casa editrice, per un insegnante o anche solo per se stessa. È quel flusso di inchiostro virtuale che imbratta di parole sconosciute lo schermo, un flusso che la traduttrice deve fermare, vivisezionare, ricondurre all’ordine – magari in un file a colonne, come faccio io – per poi usare la tastiera come un pianista jazz, seguendo lo spartito originale, ma modificando di volta in volta la melodia.
Il foglio nero che mi sono trovata davanti lo scorso gennaio, per la prima volta, non era un compito vero e proprio, non era un volantino da consegnare in dieci minuti a un’agenzia; non era nemmeno il lavoro per una casa editrice, è vero, eppure è la cosa che ci si è avvicinata di più dai tempi in cui collaboravo alle pubblicazioni di Amnesty International. Prima fase: sono stata scelta, come potrebbe fare un editore, per le capacità dimostrate in una “prova di traduzione”, anche se fatta per uno dei corsi seguiti. Seconda fase: mi è stato assegnato un testo a prescindere dai miei gusti personali – anche se H.G. Wells non è certo nella mia lista nera. Terza fase: ho lavorato come una professionista, con scadenze e decisioni da prendere di cui la responsabilità sarebbe stata solo mia. La Falena è balzata fuori dal foglio nero e io ho faticato ad acchiapparla quasi quanto il protagonista, l’esimio professor Hapley.
Quello che provo sempre all’inizio è terrore, puro e semplice. Come mi è sempre successo a qualsiasi esame nella mia vita, dimentico tutto, regole di grammatica, vocaboli, persino il mio nome. È un attimo di vuoto che sento proprio nello stomaco e nella testa. Poi, come all’esame, mi siedo di fronte al file aperto e ascolto le domande che il testo mi pone, fino a che per magia – o forse solo per spirito di sopravvivenza – torna tutto dentro la mia testa e si mette in ordine. Le risposte escono dalla punta delle mie dita come una valanga; la paura scompare e rimaniamo solo io e il testo a parlarci. Potrebbe esplodere una bomba in quel momento – gente che parla, musica che scorre in sottofondo, telefilm in TV, mia madre che chiama per pranzo – ma io non la sentirei comunque.
La felicità vera, però, arriva in certi momenti precisi e non è più come un esame, no, è più simile alla cotta letteraria di cui cerco di parlarvi da queste pagine, quell’euforia che mi sale alla testa come le bollicine dello spumante: sto a mordicchiarmi le nocche di una mano per dieci minuti, un’ora, un giorno intero e, EUREKA!, la soluzione a un rebus che sembrava impossibile si manifesta. È l’intuizione, è la “breccia che Hapley bramava”, è la “satira che mal si incide sulla lapide appena eretta”. Ballare con un computer tra le braccia, anche se portatile, è faticoso, ma vi assicuro che mi è successo di farlo. Saltello per la stanza e/o rotolo sulla poltrona, sul letto o anche per terra, se sto lavorando sul testo stampato e ho trovato la parola o la frase che secondo me sono davvero geniali, le mie parole d’amore. Esulto, prendo un respiro e poi mi rimetto a lavoro più risoluta di prima, cammino su per la stradina di parole facili, ma pronta al prossimo roccione linguistico da scalare.
Tradurre The Moth mi ha dato più che semplice soddisfazione, è stata una bollicina enorme di felicità in cui ancora mi sento racchiusa. Una bollicina in cui, per fortuna, non ero da sola…

The black sheet

As with any good story, even the one about how I came to translate a fictional short story for the first time at the venerable age of forty goes back a long time. I reckon, though, it is better to leave the report of me finding out I wanted to be a fiction translator and the difficulties along my way for some less sultry day. For the moment, I will just start from a rather closer past time, that is to say the night I decided to invest again in my long-time dream – put in a half-open drawer for so many years – when I enrolled in an online course I had found on my university’s Facebook page and which by chance was just held by STL.
Online translation courses? Will it be a scam?, I wondered that May 1st 2015. There I was, with my degree in foreign languages attained the year before after having gone back to university at twenty-five and with some work experience beside me; there I was looking for jobs which did not exist for a super-shortsighted thirty-something woman with no car; there I was doing any job I could, even tutoring, to be less of a burden on my parents; there I was asking myself: what can I do for me? I put my fears aside and I threw myself into it finding Sabrina and her professional squad on the other side who made me understand so much more about the translation world and included me in that great cooperation work which resulted in this anthology – my little victory. Above all else, they helped me remember why my dream has never withered no matter what: the amazement, the thrill, the love I feel every time I have some black sheet in front of me.
Oh, everybody knows about being afraid of a white sheet, right? When you have to write an essay for school, for example, and words desert you. Or when you have the perfect plot in your mind, characters that seem alive and prize-worthy dialogues but then everything vanishes in front of the bright screen where the cursor mockingly blinks at you. Only a translator, though, knows the fear of a black sheet, that thing that comes out of a file when they start their job, whether it is for a publisher, for their university professor or just for themselves. It is that virtual ink flow which stains the screen with unknown words, a flow the translator must stop, dissect, put back in order – maybe using a sheet with columns, like I do – and then use the keyboard like a jazz pianist, following the sheet music while all the same modifying the melody piece by piece.
For the first time the black sheet I had in front of me last January was not for some real homework, it was not a brochure to hand back to an ad agency in ten minutes; it was not even a real job for a publisher, that is true. Yet, it was the closest I got to that since I cooperated with my translations to Amnesty International’s Annual Reports. Step one: they chose me, like a publisher would, for the skills I had showed in a “translation test”, though it was the one done for the course I had attended. Step two: I was assigned a short story regardless of my own personal interests – though H.G. Wells is not exactly on my “hate list” anyway. Step three: I worked as a professional, with deadlines and sole accountability for the decisions I had to make on my own. The Moth jumped out of the black sheet and I had to run trying to catch it and finding all the troubles the protagonist had found, too, the eminent professor Hapley.
What I feel at first is utter and simple fear. As it has always happened at every exam in my life, I forget everything when I sit down – grammar rules, vocabulary, even my own name. It is like my head has suddenly been emptied and I have an odd feeling in my stomach. Then, like at my exams, I sit in front of the open file and listen to the questions the text is asking until magically – or maybe just for some survival instinct – everything comes back in and is set in order. The answers start flowing out through the tips of my fingers; fear vanishes and it is only the story and me talking to each other. A bomb could explode in that moment – people talking, music in the background, some TV series on, my mother calling me for lunch – yet, I would hear nothing.
Real happiness, though, comes in flashes and then I do not feel like at an exam anymore. It is a feeling closer to that book crush I’m trying to talk about on this blog, some sort of euphoria that bubbles up to my brain like sparkly wine: I can be stuck biting my knuckles for ten minutes, an hour, a full day and then, EUREKA!, I find the solution to that impossible rebus I was unable to understand. It is the intuition that makes me find an equivalent for “Scathing satire reads ill over fresh mould”. Dancing with a computer in your arms, even if a laptop, is hard but I can assure you I have done it. I hop around the room and/or I roll on the armchair, the bed or even the floor if I am working on the printed version and I have found that smart word or turn of phrase which I cherish like my beloved other half come home. I rejoice, I take a breath and then I am back at work again, more determined than ever. I walk up along the country lane full of easy words but ready to climb the next linguistic mountain.
Translating The Moth has given me more than simple contentment, I have been living in a small bubble of joy, one that I am still sharing with others, luckily for me…


Fantasmini ≈ Funny ghosts

Fantasmi virtuali

Nell’articolo sul corso ”Libertà va cercando” vi ho parlato di quanto mi sia mancato negli ultimi anni il contatto umano con persone che hanno i miei stessi interessi, soprattutto da quando ho completato gli studi universitari. Non vi ho raccontato, però, quello che ho trovato grazie alle esperienze più “virtuali”. I corsi online mi hanno dato accesso a una delle tribù in cui mi riconosco, formata da traduttori e aspiranti tali che riconoscono me a loro volta, cosa che non ero riuscita a fare nel mondo “reale”. È così che ho anche trovato una mentore, Barbara, che alle lezioni teoriche ha aggiunto l’incoraggiamento pratico e mi ha aiutata a fidarmi di me stessa.
Per “Le Traduzioni della Bottega”, poi, le compagne di banco virtuali che di solito vedevo solo sotto forma di nomi in una lista sul computer, sono diventate più vere, presenti in questi mesi e grazie alla tecnologia più vicine di chi vive nella mia stessa città, anche se molte di loro stanno in altre regioni italiane, in altri paesi europei o addirittura al di là dell’Oceano Atlantico!
Ora, molti dei miei familiari e amici genitori parlano con grande orrore dei gruppi WhatsApp. Non voglio entrare nel merito, perché per principio ritengo sempre che gli strumenti tecnologici siano “puri” di per sé e che sia l’uso che ne facciamo a renderli poi “buoni” o “cattivi”. Ammetto, però, che ci sono periodi della mia vita – soprattutto quando ho qualche alunno in più con l’abitudine di cambiare frequentemente giorni e orari – in cui la suoneria del cellulare o i bip di WhatsApp o del Messenger di Facebook mi fanno saltare in aria. Quando Barbara e Sabrina ci hanno proposto un gruppo per poter scambiare idee e consigli durante il processo di traduzione, ero fra quelle che votavano per il gruppo su Facebook. Era una cosa a cui ero già abituata, avendolo usato quando ero all’università e, soprattutto, non avevo le notifiche sul cellulare.

Virtual ghosts

In my article about the course ”He seeketh Liberty” I told you about how much I have missed human contact with people sharing my interests in the recent years and especially since I finished university. I have not told you, though, what I have found thanks to my more “virtual” experiences. The online courses let me enter one of the tribes with which I identify myself, one made of translators and aspiring ones who recognize me as their own, something which was harder for me in the “real” world. And it is in this way that I found a mentor, Barbara, who mixes up in her theoretic classes a good dose of practical support and has helped me confide in myself.
Besides, for “Le Traduzioni della Bottega”, my virtual classmates – the ones I usually only saw as names in a list on the screen, have become more real, more present in my life than people actually living in my own city thanks to technology, though many of them live in other areas of Italy, in other European countries or even on the other side of the Atlantic Ocean!
Now, many friends who are parents talk of WhatsApp school groups as if they were the Inferno. I will not discuss the matter here, even because I believe in the principle that all tech instruments are “pure” in themselves and only get “good” or “bad” according to the way we use them. I will confess, though, in certain periods of my life I jump up startled at the sound of the cell ringtone or the bip of messages from WhatsApp or Facebook Messenger – above all when I have more pupils with the habit of suddenly changing time and day for their lessons. When Barbara and Sabrina proposed to create a group to exchange ideas and advice during the translation process, I was among those cheering for a Facebook online group. I was used to them from when I attended university and above all I had never set them to send notifications to my phone.


Tuttavia, quando la maggioranza ha scelto il pregiudicato gruppo WhatsApp e abbiamo cominciato a scambiarci messaggi, non solo il gruppo non si è trasformato in un’orribile casba da mamme-orse di bimbi semi-innocenti, anzi, il suono che mi avvisava di un nuovo intervento di una delle altre “dodici+due” è diventato, soprattutto nel periodo di traduzione vera e propria, un segno di richiamo tribale. Mi bastava vedere l’intestazione della notifica “Quelle della Bottega…” e il mio cuore si riempiva di gioia.

 
 
 

Screenshot WhatsApp

All the same, when the majority chose the feared WhatsApp group and we started texting, not only did the group not turn into a horrible zoo of mama bears defending semi-innocent school kids; on the contrary, the sound telling me there was something new from one of the “twelve+two” has now become a sort of tribe call – and more so during the translation process itself. It was enough to see that the notification came from the group “Quelle della Bottega…” and my heart jumped up, though with joy this time.


Ecco, le mie colleghe stanno parlando. C’è qualcuno che cerca un consiglio. Un’altra risponde. Mi intrometto io. Giorgia manda un link. Flora rilancia con la definizione trovata sull’Urban dictionary e così via, fino a che da un dubbio si arrivava a una bozza di soluzione, che poi l’interessata adattava al proprio estro. Poteva capitare che ci scambiassimo auguri, informazioni generiche, che scoprissimo di essere nello stesso corso STL nello stesso momento, ma le discussioni più belle erano proprio quelle sulle traduzioni, sul nostro modo di affrontarle, sui “demoni” che ci accompagnavano, quelli interni, esterni, familiari e lavorativi o quelli che popolavano le nostre storie “spaventose”.
Tra l’altro, laddove l’incontro fisico al corso di scrittura a Taormina è stato più forte, ma allo stesso tempo fugace, la collaborazione attraverso mezzi come questo garantisce l’immortalità (doppio senso voluto). Anche ora, per ricordare con precisione una domanda o un suggerimento, mi basta scorrere la nostra lunghissima conversazione o – se riesco a trovarla – usare la funzione di ricerca per raccontarvi di come per un paio di ore abbiamo disquisito tra di noi sui regolamenti cimiteriali e il modo giusto di chiamare questa o quella struttura – sta cosa dell’Ottocento che è? Si dice obitorio, camera mortuaria, cripta? Un’esperienza unica e inimmaginabile per me, fifona certificata, che stavo lì con loro a parlare di tombe poco prima di andare a dormire, tutto allo scopo di aiutare una della tribù.
La nostra conversazione continua in questi giorni di promozione e spero davvero che non si fermi mai del tutto. Siamo ancora insieme, ognuna dalla sua parte di schermo e di mondo, promuovendo noi stesse, i nostri angeli custodi che ci hanno accompagnate in tutti questi mesi e anche Translators without Borders.
Se il mio racconto vi ha incuriosito almeno un po’, comprate “Le traduzioni della Bottega” e leggete le storie “spaventose”, commentate, visitate i nostri profili e metteteci alla prova: noi siamo pronte!
Per seguire i miei progressi nel mondo dell’editoria come traduttrice e scrittrice visitate anche I Miei Libri e usate i miei contatti in Contact.

Here, my colleagues are talking. Someone is seeking advice. Another answers. I come into the conversation. Giorgia sends a link. Flora raises the stakes with a definition found on the Urban dictionary and so on, until from a doubt we got to a draft solution which the one seeking advice then adapted to her own voice. From time to time we would send Easter wishes or general information and we would even find out to be attending the same online course at the same time; the best conversations, though, were the ones about translation itself, about our way of tackling the job, and the “demons” either inside us, outside, family and job-related, or the fictional ones populating our “scary” stories.
By the way, whereas the real meeting with others I had in Taormina was emotionally stronger and yet more fleeting as well, this cooperation done through technology grants immortality (pun intended). Even now, if I want to remember a precise moment or piece of advice I only need scroll our very long conversation or – if I can find the search bar – look up the information to tell you about how over a couple of hours we discussed about cemetery regulations and the right way to call this or that building – what the heck was this supposed to be in the 19th century? Is it a morgue, a mortuary or a vault? That was a unique experience for me, something a certified scaredy cat like me could never even imagine, staying there talking about tombs just a little before going to bed, all to help one of the tribe.
Our conversation is going on in these days we are promoting the book and I really hope it will never completely stop. We are still together, each on her side of the screen and the world, promoting ourselves, our guardian angels who have helped us out for these many months and also Translators without Borders.
So, if you read Italian and got curious about it, buy “Le traduzioni della Bottega”, read our scary stories, comment, visit our sites and social media profiles, and above all: test us, we are ready!
To also follow my progress in the publishing world as a translator and writer visit My Books and my social media profiles in Contact.


#TraduciTranslate

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

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