“Libertà va cercando” ≈ “He seeketh Liberty”

Nel corso di Taobuk, il festival letterario taorminese, Casa Cuseni ha ospitato tra il 22 e il 24 giugno 2018 “Libertà va cercando”*, il corso di scrittura creativa della Scuola Holden tenuto da Eleonora Lombardo ed Evelina Santangelo, due scrittrici dal cuore siciliano e l’anima cosmopolita – come facevo a perdermelo?
*Dante Alighieri, Purgatorio I, 71

During Taobuk, Taormina’s book festival, between June 22nd and 24th 2018 Casa Cuseni was where Scuola Holden’s creative writing course “He seeketh Liberty”* was held by Eleonora Lombardo and Evelina Santangelo, two writers with a Sicilian heart and a cosmopolitan soul – not something I could ever miss!
*Dante Alighieri, Purgatory I, 71 (trans. H.W. Longfellow)


Vista della Baia di Naxos da Casa Cuseni ≈ A view of Naxos Bay from Casa Cuseni
Il giardino di Casa Cuseni fa da filtro alla Baia di Naxos ≈ Casa Cuseni’s garden as a screen on the Naxos Bay

Ambientazione

Con tutte le sue salite e scalinate, Taormina non è un luogo per i deboli di cuore – o per chi, come me, soffre di vertigini. Per fortuna dall’altissimo della sua terrazza, Casa Cuseni offre uno schermo verde all’occhio meno prode e filtra la vertiginosa vista della Baia di Naxos sotto il cielo macchiato di nuvole – presagio fin troppo realistico di una tempesta estiva in arrivo.
L’edificio in sé contiene tante storie: attraverso la voce di Franco Spadaro, direttore del Museo Casa Cuseni, gli affreschi della sala da pranzo raccontano dell’artista inglese Robert H. Kitson, primo proprietario della casa, e del suo compagno siciliano, Carlo Siligato; una poltrona nello studio ricorda quando Roald Dahl ammirava l’Etna dalla finestra immaginando (forse) cosa avrebbero fatto i suoi Umpa Lumpa in mezzo alla sciara sicula; e oltre a un Picasso, su una delle pareti sta appeso un quadretto dall’aria modesta che mostra i primi eroi della resistenza contro la mafia, il giudice Navarra, Corrado Cagli e un giovane Rocco Chinnici fondatore del pool anti-mafia.
Storie difficili con cui competere. Eppure, in questi tre giorni di giugno, un pezzetto della casa è nostro, di dodici aspiranti scrittori e di Eleonora Lombardo ed Evelina Santangelo, due scrittrici, professioniste della parola e dell’immaginazione. Con noi leggono i racconti di Salinger e Nabokov e Balzac (in traduzioni eccellenti), fuori sotto il pergolato pieno di colori, profumi e api dalle dimensioni gargantuesche; o solleticano la nostra mente con domande scomode e consigli preziosi nella stanzetta bianca con i reperti che non osiamo toccare, la lavagna che non si cancella e la temperatura da cantina. “Siamo come vini ben stagionati”, dice Elisabetta, una delle mie compagne alla fine della prima giornata insieme. Siamo già compagni noi dodici, ci sentiamo bene insieme, come tra gente che guarda la copertina solo perché non vede l’ora di leggere cosa c’è dietro.
Io sono una che bara e guarda sempre l’ultima pagina, lo confesso, e quindi sento già la nostalgia della fine, di quando torneremo tutti alle nostre vite, quando la sospensione dell’incredulità finirà come questo capitolo della nostra storia insieme. E proprio perché ho già guardato come va a finire, mi godo quel che resta del libro, senza perdermi nemmeno un secondo, cercando di capire come ci siamo arrivati alla fine, come abbiamo costruito noi stessi e la nostra storia. Come siamo diventati ognuno personaggio del racconto degli altri.

Le “anime miracolose”

Eleonora è la prima che vedo in terrazza, anzi, che “metto a fuoco”, perché “vedere” per me è sempre un concetto relativo. Capisco che è lei la boss perché siede al centro, attorniata già da altri sconosciuti. È lei che fa le domande, è lei che gestisce la conversazione. Mi presento e la storia comincia.
La nostra insegnante del mattino è un libro aperto. Si racconta e raccontarsi a lei è facilissimo. Parla “dritta”, spiega, ascolta, coinvolge tutti. Eppure, dietro quel sorriso dolce, quando solleva appena l’angolo della bocca, gli occhi le brillano furbi. Sembra dire: “Vi aspetto dall’altra parte della mia domanda e voglio vedere se ci arrivate uguali a prima, uguali a quello che credete di essere”. Spoiler alert: non sempre.
Poi ci sono i miei undici compagni, quelli che Eleonora, bontà sua, chiama “anime miracolose”, che imparo a conoscere poco a poco e che rintraccio ora nella mia memoria aiutata dalla foto ufficiale (che trovate qui).
Luisa è l’elfo dal caschetto argentato e la treccina colorata che le scende sulla spalla, un’insegnante che vuole capire come capire il potenziale creativo dei suoi studenti e nel frattempo apre le danze con un racconto – nostro primo compito a casa – che nei miei appunti definisco “bellissimo” (tre sottolineature).
Mattia è ben presto dichiarato eroe nazionale, attento osservatore, sempre pronto ad aiutare, che sia usando un’arma segreta per cancellare la lavagna incancellabile o portando (pur con i suoi dieci minuti almeno di ritardo) viveri essenziali alla sopravvivenza della tribù o, ancora, scrivendo 1800 caratteri che mi colpiscono allo stomaco con la grazia che è propria di questo ragazzo-uomo.
Agostino è l’altro giovane siciliano, altrettanto silenzioso e dallo sguardo dolce, che ogni tanto cerca di nascondere agli altri, che dice di non riuscire a leggere in questo periodo e di avere bisogno, invece, di scrivere se stesso.
Elisabetta fa la prof., è di bianco vestita ed è vorace nella sua ricerca di storie e parole, una donna che abbraccia il mondo con l’entusiasmo di una bambina.
Cecilia è la mia “sorella con genitori diversi”, la temeraria viaggiatrice che vorrei essere io, quella che leggo bene subito e da cui mi sento subito letta e che poi, da brava linguista genovese, usa il mio siciliano per dare voce a due dei suoi personaggi più vivi della vita vera.
Fabrizia è la dottoressa che aiuta i bambini che non ci vedono bene (capite come la devo amare da subito?) e che già solo per il suo mestiere, pare, ha il 90% di chances in più di diventare un’eccellente scrittrice, ma che è aiutata anche da una capacità contagiosa di ridere di fronte al bello e al brutto del mondo – quest’ultimo sotto forma di pioggia che ci priva del concerto di Bollani programmato all’Anfiteatro per sabato sera, ma non dell’esperienza di turiste felici.
Martina è un avvocato, invece, una che parla poco da brava catanese, che “dove la metti sta”, diresti, finché non legge il suo compito a casa, parole che fanno esplodere la verità e rendono il perdono impossibile.
Ultime, ma non ultime, quelle che Luisa chiama “le tre moschettiere e D’Artagnan”, la filologa rossa Sonia, la riccioluta antropologa Nadia, la timida redattrice Francesca e la scrittrice esordiente Giuliana che hanno un compito ben preciso e ci mostrano con grande generosità i loro processi e le loro debolezze nel descrivere il dietro le quinte del festival. Il risultato lo leggerete presto sul blog di Taobuk.
La dodicesima è Rosaria, accompagnata dalla sua ombra Sara (come mi chiamano in famiglia) – quella che si lamenta sempre, quella con l’ansia e le vertigini, quella che ora deve stare zitta e ascoltare perché Rosaria vuole scrivere. Vuole leggere. Vuole fare la secchiona e rispondere e domandare. Vuole mettersi in mostra, anche a rischio di fare una brutta figura, perché ha bisogno di essere vista, anzi di essere messa a fuoco.
Siamo già tanti eppure ci manca ancora un altro pezzo, un personaggio principale che entra nella nostra vita armata di proiettore.

Libertà e rigore

Questo corso, lo capiamo subito, si gioca su due concetti: libertà e rigore.
Per quando comincia la prima lezione del pomeriggio, anche se insieme abbiamo passato in tutto non più di tre ore e mezzo, sento già la complicità della classe mentre aspettiamo l’arrivo della prof. nuova.
Evelina si muove veloce, scatta, usa il corpo come mezzo per farsi capire, per raccontarsi. I miei occhi stanchi, con le lentine che pizzicano, la guardano al rallentatore però, la dilatano, la sospendono, per rendere più facile capire quello che dice. Sembra così diversa da Eleonora, eppure non lo è.
All’inizio pensavo che Eleonora fosse la libertà che questo corso ci voleva far cercare ed Evelina il rigore, essenziale secondo entrambe, per riuscire a domare i nostri pensieri. Lo confesso, mi metteva soggezione. Per fortuna, l’aria severa è uno scherzo della mia mente, una proiezione della forza con cui Evelina comunica la sua passione sanguigna per quello che scrive e per quello che ha vissuto: orsi volanti e sprazzi di Sicilia e America; un carretto costruito per apparente follia e il suo lavoro di editor – frammenti del suo tutto.
Tra le ombre e le luci che ognuno di noi dodici interpreta attraverso la propria sensibilità, Evelina ci mostra come riconoscere i frammenti dei mondi possibili che abbiamo dentro. Fa a pezzi foto, immagini, scene di film, brani della letteratura di ieri e di oggi, tra cui uno dei suoi stessi racconti, orologi perfettamente funzionanti che lei poi ricostruisce con la precisione di un artigiano. Ecco cosa dovremmo fare per essere scrittori, sezionare le nostre idee attraverso domande via via più profonde, fino a capire in che modo costruire, ognuno a modo nostro, un orologio che funziona. Eleonora ci ha mostrato come spostarci, come cambiare punto di vista, come trovare la nostra voce; Evelina ci dà chiodi e martello per costruire il carretto che trasporterà quella voce.

Il Tempo

Abbiamo trovato la libertà che andavamo cercando? Abbiamo imparato a mettere i paletti dove servono? Il tempo è stato tiranno.
Entrambe le insegnanti soffrono di questa mancanza. “Ho solo nove ore”, dice Eleonora già nella sua e-mail di presentazione. Cosa possono riuscire a concentrare in queste nove ore ciascuno? Cosa ci perderemo e cosa, invece, resterà in noi per più di tre giorni?
Per scrivere ci vuole tempo, ma quanto è abbastanza?
D’altronde, bastano dodici anni di scuola a costruire le basi per affrontare le responsabilità da adulti?
Bastano cinquanta a imparare la vita? O ne servono ottanta? O cento?
Alcune attività, come leggere, scrivere e tradurre, riescono a dilatare un secondo in un’eternità. E le diciotto ore di tempo – secondo Bergson – “spazializzato” mi hanno permesso di soddisfare almeno una delle aspettative che avevo per il mio primo corso di scrittura: leggere da vicino persone che mi somigliano e non solo attraverso le parole scritte, come faccio di solito. Mi mancavano gli abbracci, il calore del “compagno di banco” che annuisce come me a quello che la prof. sta dicendo, il commento bisbigliato, la domanda di chi sta alla cattedra e vede me, guarda me, ascolta me. Avevo bisogno di mettere a fuoco queste “anime miracolose”, incluse le insegnanti, anche se mi servirà sempre una foto per ricordare il colore degli occhi o la forma del viso o la curva degli zigomi.
Tranquille, prof., mi è rimasto altro, come per esempio la consapevolezza che, come con le barzellette, se un testo lo devo spiegare, allora non funziona. Altre cose le scoprirò nei prossimi giorni, mesi, anni. Come è successo con la scuola e l’università e i corsi online di traduzione, quel qualcosa in più salterà fuori quando meno me lo aspetto.
Insomma, ci vuole solo tempo!

Setting

Full of steep, narrow streets and stairs, Taormina is no place for the faint-hearted – or for those who, like me, suffer from vertigo. Luckily, the very high terrace of Casa Cuseni puts a green, luxurious screen between the not-so-brave eye and the breathless view of Naxos Bay under a sky spotted with clouds – a too much realistic omen of the summer storm that is to come.
The building itself is full of stories: using the voice of Franco Spadaro, director of the Museum of Casa Cuseni, the frescos in the dining room tell us about early 19th century English artist Robert H. Kitson, the house’s first owner, and his Sicilian other-half, Carlo Siligato; an armchair in the study remembers when Roald Dahl admired mount Etna from the window, picturing (maybe) his Umpa Lumpas in the middle of the Sicilian sciara; and, in the wall next to a Picasso there is a modest-looking picture showing the first heroes of the resistance against mafia, judge Navarra, the artist Corrado Cagli and a young Rocco Chinnici, founder of the so-called anti-mafia pool.
These are stories you can hardly compete with. Yet, in these three days in June, a small piece of the house is left to us, twelve aspiring writers and Eleonora Lombardo and Evelina Santangelo, professional word-makers and creators of new worlds. They read Salinger and Nabokov and Balzac with us (in excellent translations) outside under the multi-coloured pergola full of perfumes and gargantuan bees; or, they tickle our minds with tough questions and precious advice in the small, white room with ancient handiworks we dare not touch, a whiteboard which cannot be erased and a cellar-like temperature. “We’re like well-seasoned wines”, Elisabetta, one of my new classmates, says at the end of our first day together. We are mates already, feeling at ease among people who only look at the cover because they are impatient to read what is behind it.
Being the cheater that I am – I confess it – I go and read the last page of the book, so I already feel the gloom of the end since the beginning, the nostalgia I will feel when we are all back into our every-day lives, when the suspension of disbelief ceases like this chapter of our common story. And that is exactly why I sit back and fully enjoy each and every second of the book, never missing a moment or a word, trying to understand how we have got to that end, how we have built ourselves and our story, becoming each a character in the others’ tales.

The “miraculous souls”

Eleonora is the first I see on the terrace – or better say, that I focus, as “seeing” is a relative concept for me. I understand she is the boss because she is sitting in the middle, already surrounded by some strangers. She asks the questions, she leads the conversation. I introduce myself and the tale begins.
Our morning teacher is an open book. She shows us herself and showing ourselves to her is most easy. She talks “straight”, explains, listens, and makes everybody feel included. Yet, behind her sweet smile, when she slightly lifts the corner of her mouth, her eyes sparkle smartly. She seems to say: “I’m waiting for you on the other side of my question and I want to see if you’re the same after that”. Spoiler alert: not always.
Then, there are my eleven class-mates, those whom Eleonora calls “miracolous souls”, the ones I “learn” little by little and that my memory can only trace back now thanks to the official photo (that you can see here).
Luisa is the elf with a silver bob and a small coloured braid hanging on her shoulder, a teacher who wants to understand how to understand her pupils’ creative potential and in the meanwhile leads the reel with a short story – our first homework – which my notes define as “most beautiful” (underlined three times).
Mattia very soon becomes our national hero; he is a careful observer, always ready to help, whether it is by using his secret weapon to erase the un-erasable board, by taking essential sugar for the survival of our tribe (without ever betraying his rule to arrive late), or by writing 1800 characters which hit my guts with that kind of grace I have discovered to be second nature to this man-boy.
Agostino is the other Sicilian young man, just as much silent and with sweet eyes that he sometimes tries to hide from the others; he tells us he cannot read books in this period but instead he does need to “write himself out”.
Elisabetta is the prof., clad in white and voracious in her research of tales and words, a woman who hugs the world with child-like enthusiasm.
Cecilia is my “sister from a different mother”, the adventurous traveller I would like to be, the one I immediately read and who can immediately read me, the good northern linguist using my Sicilian to give voice to her two characters who are realer than real life.
Fabrizia is the doctor helping children who do not see well (can you get why I immediately adore her?) and just for the fact of being a doctor, apparently, has 90% more chances of becoming an excellent writer but who is also helped by her contagious ability to laugh in front of the good and the bad of the world – the latter manifesting through the rain that deprives us of a concert programmed in the Amphitheatre but not of our experience as happy tourists.
Martina is a lawyer, instead, one who does not speak much, like a good Sicilian, one who does not “disturb”, you’d say, until she reads her homework, a story in which truth blows out and forgiveness becomes impossible.
Last, but not least, there are the ones Luisa calls “the three Musketeers and D’Artagnan”, the red-haired linguist Sonia, the curly-haired anthropologist Nadia, the shy editor Francesca and the debutant author Giuliana who have a mission: writing four short stories about what happens in the backstage of the book festival. They all show us, with great generosity the process of writing and the challenges they face.
The twelfth is Rosaria, with her shadowy companion Sara (that is my family nickname) – the one who always complains, the one with anxiety and vertigo, the one who now has to shut up and listen, because Rosaria wants to write. She wants to read. She wants to play the school nerd and answer and ask. She wants to show off, forgetting any risk of embarrassment, because she needs to be seen, or better say to be focused.
It is already a lot of characters, yet we are still missing an important piece, a protagonist who enters our life armed with a projector.

Freedom and discipline

This course, we get it soon, is based on two concepts: freedom and discipline.
By the time the first afternoon class begins, even if we have only spent less than four hours together, I already feel a sense of growing companionship while we wait the arrival of the new teacher.
Evelina moves quickly, she is like a spring and uses her body to make us understand her own tale. My tired eyes, pinched by the contacts, watch her in slow motion, dilate her, suspend her, to make it easier for me to understand what she is saying. She looks so different from Eleonora and, yet, she is not.
At first, I thought Eleonora was the liberty this course had set us on seeking and Evelina was the discipline, according to both essential to dominate our thoughts. I must confess that Evelina awed me. Luckily, her severe aura was but a trick of my mind, a projection of the vehement passion she conveys talking about what she has written and lived: flying bears and flashes of Sicily and America; a handcart built by an apparent fool and her job as a teacher and editor – all pieces which define at least part of our afternoon teacher.
Among the shadows and lights we twelve interpret according to our own sensitivity, Evelina teaches us how to recognise the fragments of the possible worlds inside us. She cuts into pieces photos, pictures, film scenes, literary texts belonging to past and present times, even one of her short stories, all working clocks which are perfect and which she then puts back together for us as a very precise clockmaker. This is what we should do to be writers, break down our ideas by means of ever-deeper questions, until we understand how to build a working clock of our own. Eleonora has showed us how to move, how to change our point of view, how to find our own voice; Evelina gives us wood and nails to build the handcart that will carry that voice.

Time

Have we found the liberty we were seeking? Have we learnt how to put the stakes to contain the flood of thoughts? Time has been a tyrant.
Both our teachers have a hard time dealing with… time. “I only have nine hours”, Eleonora tells us in her first introduction email. What can they convey in the nine hours they each have at their disposal? What are we going to miss, what will stick longer than three days?
Writing needs time, but how much is enough?
After all, is studying for twelve years enough to build the foundations to deal with adulthood?
Is fifty years enough to learn life? Or do we need eighty? Or a hundred?
Some activities, like reading, writing and translating, are able to magically dilate a second into eternity. And eighteen hours of what in Bergson’s words is called “spatial time” have allowed me to satisfy at least one of the expectations I had about my first creative writing course: being able to read people close to me who are like me and not just through written words, as I usually do. I missed the hugs, the warmth of the mate sitting next to me nodding like me at what the teacher is saying, the whispered comments, the questions from a teacher who sees me, watches me, listens to me. I needed to focus these “miraculous souls”, teachers included, even if I will always need a photo to remember the colour of their eyes or the exact shape of their faces or the way their cheekbone is modelled.
Don’t worry, teachers, there is a lot more left in me, like, for example, the awareness that, as with jokes, if I have to explain a text, then it does not work. I am going to find out more in the next days, months, years. As it has happened with school and university and the online translation courses, that “something more” will jump out of me unexpectedly.
After all, it just needs time!


Orologi

#ScriviWrite

Rosaria Distefano View All →

Traduttrice e consulente linguistica, persegue il sogno di scrivere e tradurre sin da quando ha imparato a leggere in italiano e inglese a 4 anni e ha capito il potere delle parole ≈ Translator and linguistic consultant, she pursues her dream of becoming a writer and translator ever since she started reading in Italian and English at 4 and realised the power of words.

7 Comments Lascia un commento

  1. Un diario di bordo fascinoso.
    Come munita di una magica lente di ingrandimento, hai messo a nudo sottigliezze, certezze e incertezze delle anime miracolose ( direi anche miracolate dalla casualità fortunata che ci ha permesso di conoscerci e regalarci un po’ di noi )
    Grazie,
    un fresco e desiderato abbraccio estivo.
    luisa

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